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Uom, di sensi, e di cor, libero nato…: Pietro Maroncelli

Luciano Luciani.

Tenace cospiratore, patriota tanto generoso quanto sfortunato e destinato a morire lontano dalla patria

amatissima, Pietro Maroncelli incarna con pienezza l’ideale dell’uomo romantico e sconfitto. Nato a

Forlì nel 1795 da un’agiata famiglia di commercianti, dopo aver compiuto gli studi classici nel

seminario della città romagnola, è indirizzato dal padre Antonio verso le discipline musicali: per il

giovane Pietro i migliori docenti e la scuola più affermata in Italia, quella napoletana. La città

partenopea, infatti, è sede di uno studio musicale, il San Sebastiano, assai rinomato e particolarmente

curato dai nuovi governanti francesi, Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. E Maroncelli, tra il

1809 e il 1814, ha, come maestri, musicisti insigni quali Giovanni Paisiello, Fedele Fenaroli, Nicola

Zingarelli: la musica, però, evidentemente non basta a soddisfare la passione insieme civile e artistica

di Pietro che, con un gruppo di giovani entusiasti, fonda la Colonna Armonica, una società segreta

liberale dove intrecciare amore per la melodia e per la libertà. Ma il direttore del Conservatorio,

Zingarelli, anche se competente e apprezzato musicista, è politicamente un conformista e spaventato

della passione, non solo artistica, di questi studenti, ne allontana una trentina, tra cui l’ardente,

romantico Maroncelli.

Frattanto incalzano gli avvenimenti della grande politica europea e italiana. Napoleone è in ginocchio e

quando nel 1815 Gioacchino Murat lancia il proclama che chiama gli italiani alla lotta, Maroncelli,

neppure ventenne, tenta di arruolarsi, ma questa sua volontà viene frustrata dalla rapida caduta delle

speranze murattiane, dalla sconfitta e fucilazione del re di Napoli. Maroncelli allora per completare gli

studi si trasferisce a Bologna e poco dopo rientra nella sua città d’origine, Forlì, accompagnato dalla

fama d’essere un giovane musicista preparato e sensibile.

È proprio questa notorietà la causa dei primi guai seri in cui si trova coinvolto il patriota romagnolo: i

suoi concittadini lo incaricano di elaborare un inno in onore di san Giacomo e Pietro ne compone le

parole e la musica. Nonostante il lavoro sia stato approvato perfino dalla rigorosa censura ecclesiastica,

i nemici personali del Maroncelli e gli ultrareazionari che spadroneggiano in Romagna nel clima

pesante della Restaurazione, coalizzati insieme, riescono a trovare “argomenti” per accusare quell’inno

di “eresia”.

E così, nel 1817, il povero Maroncelli si trova ristretto prima nelle prigioni di Forlì e poi addirittura

trasferito nelle carceri di Castel Sant’Angelo a Roma.

Liberato per l’inconsistenza delle accuse, la brutta esperienza lo convince ad allontanarsi dalle

attenzioni del papa-re per recarsi a Milano, l’unica città italiana che può dirsi europea, fervida di idee e

novità politiche e artistiche. Qui si lega con il gruppo dei giovani redattori del “Conciliatore” e in

particolare con Silvio Pellico, cuore e cervello di quella esperienza giornalistica stroncata dalla censura

austriaca nel 1819, dopo appena tredici mesi di vita. Li avvicina non solo un comune sentire, ma anche

la passione per il teatro. Si sono, infatti, conosciuti attraverso la frequentazione della compagnia

teatrale Marchionni, che dal 1815 porta al successo sui palcoscenici di tutta Italia, da Napoli a Firenze,

la Francesca da Rimini, tragedia del letterato saluzzese, uno dei suoi lavori più riusciti e rappresentati.

Aderente alla Carboneria, la più strutturata e combattiva organizzazione del movimento settario in cui

si articola la resistenza italiana allo strapotere austriaco sulla penisola, il Maroncelli viene arrestato a

Milano nei primi giorni dell’ottobre 1820 mentre vicende importanti maturano in Europa e nel nostro

Paese: il moto costituzionale scoppiato in Spagna nel gennaio di quell’anno, la sollevazione

dell’esercito napoletano nel luglio, la concessione della Costituzione a Napoli…

Lo accusa una lettera nella quale imprudentemente Pietro collega il Pellico e il conte Porro

Lambertenghi all’attore di teatro Angelo Canova, noto carbonaro. Inoltre, nell’abitazione delMaroncelli sono sequestrati libri considerati proibiti come la Costituzione del Romagnosi, appunti,

corrispondenza cifrata, tavole di decrittazione… Insomma, tutti materiali compromettenti che lo

indicano indubitabilmente come un importante esponente della Carboneria.

Le vicende successive sono note: il Maroncelli vede la pena capitale trasformata in vent’anni di carcere

duro da scontarsi nella prigione dello Spielberg, in Moravia. Sorte simile tocca al Pellico, la cui

condanna a morte viene commutata in quindici anni: di spietato regime detentivo, sempre nello stesso

bagno penale. Carcere duro: ovvero essere obbligati al lavoro, portare la catena ai piedi, dormire su

nudi tavolacci, e mangiare cibi immangiabili.

In questo luogo di dolore, di privazione della libertà, di patimenti, furono ristretti anche altri patrioti

italiani: Antonio Fortunato Oroboni, che doveva morirvi a neppure 32 anni nel 1823, Antonio Solera,

don Marco Fortini, Antonio Villa “robusto come un Ercole”, ma che, debole nel fisico e nel morale,

non sarebbe mai tornato a conoscere la libertà.

La forte tempra del Maroncelli regge anche a questa prova durissima, senza incertezze e tentennamenti:

il suo comportamento è ben descritto nel capolavoro del Pellico, un testo fondamentale per

comprendere le idealità, le aspirazioni, i valori che hanno animato gli uomini del nostro riscatto

nazionale. Ma anche libro da leggersi – e da rileggersi, oggi – come storia di un’amicizia ricca,

profonda, intensa tra due giovani della generazione risorgimentale, una narrazione che inaugura anche

un nuovo genere letterario, destinato, purtroppo, a diventare assai praticato negli anni a venire: quello

della letteratura concentrazionaria.

Il governo austriaco si sarebbe ritenuto sazio di vendetta contro i due carbonari solo nell’estate del

1830: Maroncelli ha 35 anni. Come scrive Atto Vannucci nel suo I martiri della libertà italiana “partì

giovane, bello della persona, pieno di gagliarda salute, e riedeva mutilato, infermiccio, vecchio”.

L’occhiuto governo pontificio di Gregorio XVI, persecutore di patrioti, spregiatore di liberali e

avversario delle strade ferrate, gli concede appena di riabbracciare i familiari e lo ricaccia in esilio.

Sembra che a Firenze il Maroncelli possa trovare un po’ di requie, protetto dal clima tollerante, tra il

paternalistico e l’illuminato voluto dal granduca Leopoldo II; ma anche nella città toscana si fa sentire

la longa manus austriaca. L’ambasciatore imperiale, conte Sarau, impone l’allontanamento

dell’irriducibile carbonaro.

Ripara allora a Parigi, ben accetto in tutti gli ambienti del fuoriuscitismo italiano in Francia, amico del

vecchio Lafayette, benvoluto dallo stesso sovrano costituzionale Luigi Filippo, giunto sul trono grazie

alla recente Rivoluzione di luglio del 1830. A questo monarca Maroncelli non chiede aiuto né favori

per sé, ma interventi politico-diplomatici “a pro’ de’ miei poveri compagni che ho lasciati sullo

Spielberg; ve n’ha ancora nove, ed uno di essi è cittadino francese”.

Naturalmente le vicende italiane del 1831 – Modena, Reggio si proclamano repubbliche; nell’Italia

centrale si forma il Governo provvisorio delle Province Unite – gli aprono il cuore alla speranza. Ma si

tratta di una breve fiammata, mutatasi ben presto nell’ennesima delusione: le truppe austriache, calate

su Bologna prima e poi su Rimini, infrangono ancora una volta il sogno costituzionale, liberale,

indipendentista.

Le notizie della successiva repressione che incrudelisce in tutta Italia, raggiungono la Francia, Parigi e i

patrioti esuli quasi a sancire l’impossibilità storica del progetto di un risorgimento italiano.

Intanto, nella capitale francese, Pietro Maroncelli sposa la cantante Amalia Schneider con la quale

nell’agosto del 1833 si trasferisce a New York.

A Parigi probabilmente e sicuramente negli Stati Uniti entra in contatto con gli ambienti fourieristi del

socialismo utopistico, attivi soprattutto in Francia nei primi anni trenta dell’Ottocento nella intuizione e

denuncia di una “questione sociale” irrisolta, che reclama i suoi diritti e spiega certi altrimenti

irresolubili nodi politici del periodo. Negli Stati Uniti collabora strettamente con i fourieristi americani

della cosiddeetta “scuola societaria” e nel 1843 è tra i redattori di “The Phalanx”, il primo periodico

americano ispirato alle tesi di Charles Fourier.Sarebbe vissuto a New York ancora per qualche anno, modestamente, insegnando musica, quasi

tornando all’antica vocazione giovanile e dirigendo un’associazione professionale di cantanti.

Il destino, mai propizio nei suoi confronti, riserva all’antico carbonaro Pietro Maroncelli ancora due

duri colpi: la cecità e la pazzia. Solo la morte, avvenuta nel 1846, lo avrebbe liberato dal carico di una

vita troppo intensa, troppo appassionata, troppo generosa, degna di un eroe alfieriano.

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