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Alla ricerca di una logica nella guerra di Trump e Netanyahu

“Cercando una logica nella guerra di Trump e Netanyahu – scrive Massimo Gaggi sul Corriere della Sera – si fa fatica, fattore nucleare a parte, a trovare il filo di una strategia coerente che giustifichi il rischio di allargamenti del conflitto. Mentre, ridotto in macerie l’ordine internazionale, gli Stati Uniti dovranno difendersi da attacchi ovunque nel mondo: i droni contro l’ambasciata di Baghdad e l’esplosione in quella di Oslo possono essere l’inizio di una spirale. Enorme l’azzardo di Trump sul piano internazionale, ma anche all’interno, in prospettiva elettorale: i Maga avevano creduto al suo impegno a non farsi coinvolgere in conflitti, soprattutto nel mondo arabo. Trump, convinto che l’imprevedibilità sia la sua arma più efficace, ormai non si fa problemi a sostenere tutto e il contrario di tutto. Lo ha fatto per anni, ma in questo secondo mandato ha elevato l’improvvisazione a dottrina dichiarando apertamente di non sentirsi vincolato da leggi o accordi siglati in precedenza, anche da lui.  Ma per adesso, mentre a Washington i ministri degli Esteri e della Guerra, Rubio e Hegseth, si contraddicono e il vicepresidente JD Vance tace imbarazzato, avendo sempre tuonato contro l’interventismo americano, a Teheran ciò che resta del regime sembra aver scelto una strategia disperata, devastante, ma netta: vendere cara la pelle infliggendo i maggiori danni possibili agli Stati Uniti, ai traffici marittimi lasciando il mondo industrializzato a corto di petrolio e metastatizzando focolai di guerra in tutto il modo arabo che ha stretti rapporti con l’America: dai Paesi del Golfo alla Giordania. E se Stati Uniti e Israele hanno azzerato la capacità dell’Iran di difendersi da attacchi dal cielo, Teheran sta riuscendo, coi droni che le sono rimasti, a colpire i radar americani dislocati in Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Giordania. Lo spettro diventa, così, quello, di un prolungamento del conflitto per settimane, con rischi di discesa in campo di nuovi attori o, in caso di collasso del regime, frammentazione del Paese per iniziativa dei curdi e delle diverse comunità etniche, e anche religiose, che compongono il mosaico iraniano”.

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