Mazziniani in azione: Pietro Barsanti
Roberto Pizzi.
Pietro Barsanti fu considerato il primo martire della Repubblica, per la sua sventurata fine voluta dalla monarchia sabauda, che lo condannò ingiustamente a morte per aver partecipato ad un tentativo insurrezionale, a Pavia, nel 1870.
Era nato il 30 luglio del 1849 a Gioviano, paese della Lucchesia, nella Valle del Serchio. Ben presto si trasferì a Lucca con la famiglia. dove frequentò la scuola dei Chierici Regolari della Madre di Dio, poi passò nel collegio militare delle Poverine a Firenze e infine alla scuola militare di Maddaloni. In servizio a Reggio Calabria, entrò in contatto con le idee mazziniane che produssero la sua affiliazione all’Alleanza Repubblicana Universale (1868). Il suo nome si collega a quel filone democratico che rifiutava lo stato monarchico e che proprio nel 1870 gli si opponeva con i vari moti insurrezionali scoppiati anche a Lucca. Era a Pavia, nel marzo di quell’anno, che iniziavano le sommosse e in una di queste, di scarso rilievo pratico e senza spargimento di sangue, fu protagonista proprio il Barsanti. Una sessantina di persone si presentarono alla caserma San Lino per invitare i soldati ad aggiungersi alla loro dimostrazione. Gli ufficiali intervennero e fecero disperdere i manifestanti. Dopo poco, la calma era ristabilita. Qualche tensione si verificava, invece, all’interno della caserma, dove pochi militari cercavano di sobillare la truppa. Fra questi il caporale Barsanti che, armi in pugno, teneva sequestrati alcuni sottufficiali. L’eccitazione ben presto si spense e il caporale si consegnava ai superiori. Accusato di tradimento, fu sottoposto al giudizio del Tribunale Militare, che lo condannò alla fucilazione. Fu subito evidente che la pena inflitta era sproporzionata rispetto all’accaduto. L’opinione pubblica si mobilitò contro la ingiusta sentenza e la contessa Anna Pallavicino Trivulzio raccolse le firme di 40.000 donne favorevoli alla grazia per il giovane lucchese. Le coscienze democratiche insorsero, ma niente smosse il governo Lanza che non accolse le richieste di clemenza. Il 27 agosto 1870 il giovane Barsanti veniva fucilato nel Castello Sforzesco di Milano, nel cui cimitero monumentale fu sepolto. La traslazione dei resti del seguace mazziniano nel suo paese natale avvenne in occasione della ripristinata festa del 2 giugno, nel 2003, a coronamento di un lungo processo e dopo non poche traversie, iniziato quando Eugenio Chiesa, che fu un personaggio di spicco del movimento repubblicano, portò a Lucca, nel 1906, la simbolica colonnina mozza del suo cippo funerario, insieme alla targhetta metallica che era stata messa sulla bara tumulata nel cimitero di Porta Vittoria a Milano. La colonnina e la targhetta, che erano state sistemate prima nei locali della Fratellanza Artigiana di Lucca e poi in quella del Circolo repubblicano “Tito Strocchi”, trovarono definitiva collocazionenella Domus Mazziniana di Pisa. A Barsanti resero onore Mazzini, Garibaldi, Saffi, Guerrazzi, Cavallotti e molta gente umile di tutta Italia che gli intitolò circoli associativi e sezioni di partito e che per anni commemorò il giorno della sua morte.
Il cosiddetto fenomeno del “barsantismo” durò a lungo, collegandosi anche all’irredentismo: in molte parti d’Italia i circoli “Oberdan” si alternavano ai circoli “Barsanti”, continuando la protesta contro la soluzione dinastica del Risorgimento. Alberto Mario, dopo l’attentato al re Umberto I da parte dell’anarchico Passanante del 17 novembre 1878, si scagliò, invece, contro il persistere del “barsantismo” fra i repubblicani, lasciando attoniti molti di questi amici, sebbene tutto il loro movimento avesse deplorato l’attentato. Così scrisse:“Noi siamo nemici apertissimi degli internazionalisti regicidi e avversari dei repubblicani barsantisti. Il regicidio è un delitto. Il barsantismo è una immoralità”.
Fino a poco tempo fa, nel Ravennate e nelle Marche, risultavano ancora attivi alcuni circoli politici intitolati a Barsanti. Nella toponomastica di Genova figura la via denominata “Passo Barsanti Pietro – Caporale”, che si colloca fra via Caffaro e Corso Paganini




