La Grande Guerra e i lucchesi
Roberto Pizzi.
L’articolo del professo Luciani dal titolo “Storia – Storici e Grande Guerra”, pubblicato su sfogliamo.eu, stimola alcune riflessioni su quell’ Europa dei primi anni del XX secolo che ancora si compiaceva della sua presunta Kultur, o della sua Zivilisation ( la prima parola tedesca si può tradurre come la somma dei valori e dell’identità spirituale, in particolare di un popolo; la seconda indica il progresso materiale di avanzamento scientifico e di possesso tecnico del mondo). Ci proponiamo di sviluppare in merito alcune considerazioni su questo periodo in cui il nostro continente si beava nel ricordo deitrionfi del “ballo Excelsior” (in scena per la prima volta alla Scala di Milano nel 1881) che ebbe un’infinità di repliche e di tournée anche in America, stupendo il pubblico col suo spettacolo “colossale”. Nello spettacolo si narravano i prodigi della modernità ottocentesca: quali la luce elettrica, gli utilizzi del piroscafo, del telegrafo, le realizzazioni del canale di Suez e del tunnel del Moncenisio. Era un’Europa immaginaria che si stava avvicinando alla carneficina delle trincee, alla nascita dei totalitarismi, poi alle stragi della Guerra di Spagna e del secondo conflitto mondiale culminate nell’Olocausto.
Purtroppo la storia non si può fare con i “se”, ed è vano pensare cosa sarebbe successo se l’Italia fosse rimasta neutrale nella primo Guerra mondiale. Chissà se il fascismo ce lo saremmo risparmiato senza la partecipazione a questo catastrofico conflitto dei Trent’anni del XX secolo. La realtà è che il governo della Monarchia italiana non fu certo di modello scandinavo o anglo-sassone. E non possiamo dimenticarne le colpe di un Risorgimento incompleto, poi di avere consegnato il Paese alla dittatura, di avere firmato le indegne leggi razziali, ed avere lasciato allo sbando l’esercito dopo l’8 settembre. Quella Monarchia e quei generali furono anche responsabili delle troppo facili condanne per diserzione, delle decimazioni della truppa, e lasciarono morire di fame e di inedia 100.000 soldati italiani prigionieri del nemico, dopo Caporetto, le cui sofferenze furono un’infamia per la nostra Patria: prigionieri di guerra abbandonati per scoraggiare la resa dei soldati già duramente provati dalla feroce disciplina del generalissimo Cadorna, definito uomo senza pietà. Ed allora è necessario tornare su questi fatti, perché tutti devono conoscere queste pagine oscure della prima guerra mondiale. Complessivamente nel corso del conflitto i militari italiani internati nei campi di concentramento dell’Impero austro-ungarico ed in Germania furono circa 600.000 (dei quali 8.000 ufficiali).
Di questa imponente cifra, circa 350.000 soldati furono catturati nelle giornate della rotta di Caporetto. La maggior parte venne portata a Mauthausen (località tristemente famosa anche durante la Seconda Guerra Mondiale), a Theresienstadt (Boemia), a Rastatt (Germania meridionale) ed a Celle, vicino ad Hannover, dove sarà richiuso anche l’ufficiale medico lucchese Guglielmo Lippi Francesconi, poi liberato e divenuto coraggioso direttore dell’Ospedale psichiatrico di Maggiano. Sarà poi “rastrellato” dai nazisti, dopo l’irruzione nella Certosa di Farneta e ucciso nel settembre 1944, in località Forno, lungo la strada che porta alle cave di Carrara (al suo estro artistico si deve anche il primo manifesto ufficiale del “Burlamacco”, la maschera simbolo del Carnevale di Viareggio). Mio nonno, Zeffiro,invece non tornò più in Italia e ferito dopo Caporetto fu rinchiuso in un lager a Mannheim nel Baden-Wuttemberg, nel sud-ovest tedesco, sul Reno, dove morì nel gennaio del 1918, all’età di 36 anni. Gli stenti, la fame, il freddo e le malattie (prima fra tutte la tubercolosi) furono le principali cause di un grande numero di decessi. Grande responsabilità era da imputarsi al comportamento del Comando Supremo e del Governo, che impedirono di fatto la spedizione degli aiuti o la ostacolarono adducendo le giustificazioni più fantasiose. Salvo rare eccezioni e con ritardi gravissimi l’Italia rifiutò di intervenire, lasciando solo ai familiari (singoli civili) e a organizzazioni umanitarie come la Croce Rossa il compito dei soccorsi. Le morti in prigionia, furono dovute in gran parte a denutrizione e debilitazione. Finita la guerra i prigionieri italiani sopravvissuti e liberati finirono in campi di detenzione nostrani, dove subirono interrogatori e inchieste penali per essersi arresi al nemico.
Della prigionia dei soldati italiani non si trova quasi traccia nelle pubblicazioni militari, nella letteratura o nei testi scolastici. È una storia tragica di questi internati, dimenticati dalla madrepatria, giudicati da Cadorna e dai vertici militari italiani dei vili. Atteggiamento che il Comando Supremo mantenne sino alla fine della guerra, anche dopo il cambiamento al vertice tra Cadorna e Diaz. Fu sostanzialmente un immane processo condotto arbitrariamente contro migliaia di soldati che furono infamati dal sospetto di diserzione. Nessuno, o pochi, si pose il problema che l’essere presi prigionieri generalmente era l’effetto di una battaglia perduta quasi sempre non per la scarsa combattività delle truppe, bensì per un’errata conduzione.
L’esperienza di prigionia fu conseguentemente fatta passare sotto silenzio, per poi rapidamente essere dimenticata. L’”Esercito Vittorioso” doveva essere solo quello che aveva combattuto nelle trincee.
Di fronte a queste vergogne, un po’ di consolazione può venire nel ritenere che la I Guerra Mondiale sia stato un altissimo prezzo da pagare, sproporzionato, ma che ha permesso, faticosamente, la nascita di una Repubblica e di compiere un pezzo di quel tragitto nel cammino verso la libertà (mai concluso e sempre da consolidare quotidianamente), che almeno permette di giustificare la buona fede di quelle coscienze democratiche che accettarono questo sacrificio per avere un mondo migliore, per emancipare il popolo dal peso anacronistico degli Imperi Centrali e dei regimi autoritari, dal peso della “casta militare”. Se pensiamo ai fanti del Carso che non morivano liberi e spontanei, come i volontari di Garibaldi, non in nome del nazionalismo romantico e democratico di Mazzini, ma da “poveri cristi” mandati al macello dall’imperialismo delle nazioni di una Europa le cui migliori coscienze erano impazzite, si può anche giudicare un’ ingenuità lo slancio di molti “interventisti” che vollero scendere in campo nella guerra contro gli Imperi centrali. Ma sarebbe, forse, una requisitoria retrospettiva che non sconfiggerebbe la tendenza a trasformarsi in “profeti del passato” allontanandoci dalla conoscenza storica.





