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Ombre sul Monaldi, il reparto dei sogni diventa un incubo

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un filo rosso, sottile e terribile, che unisce i corridoi asettici della cardiochirurgia pediatrica del Monaldi alle aule della Procura di Napoli. Un filo fatto di speranze spezzate e domande che, per ora, restano senza risposta. L’inchiesta sui trapianti di cuore falliti non si ferma a Domenico, il bambino la cui vita è appesa a un macchinario dopo un organo che non ha mai iniziato a battere. Ora spuntano altri casi. Altri nomi. Come quello della piccola Pamela.

L’esposto che scuote l’eccellenza

Il castello dell’eccellenza sanitaria campana sembra mostrare crepe profonde. Se il caso di Domenico aveva sollevato il velo su una gestione che i legali della famiglia definiscono “opaca”, l’esposto presentato dai genitori di Pamela trasforma l’episodio isolato in un potenziale sistema di carenze. Secondo le denunce, ci sarebbe un denominatore comune: organi che arrivano in sala operatoria già in condizioni critiche o una catena di comando che, nel momento del bisogno, avrebbe mostrato “gravi falle strutturali”.

Non si parla più solo di tragica fatalità. I magistrati scavano tra le pieghe dei protocolli di selezione dei donatori. Com’è possibile che cuori destinati a pazienti così piccoli e fragili risultino “non idonei” solo una volta terminata l’anestesia?

Carenze e silenzi

L’inchiesta, che ora vede il sequestro di nuove cartelle cliniche, punta i riflettori su ciò che accade dietro le porte chiuse del reparto. I familiari parlano di una “solitudine istituzionale” e di comunicazioni arrivate troppo tardi. Ma non è solo una questione di empatia: l’esposto mette nero su bianco carenze d’organico e strumentali che avrebbero reso la gestione post-operatoria una corsa a ostacoli impossibile da vincere.

“Vogliamo la verità, non colpevoli a tutti i costi”, ripetono le famiglie. Eppure, il sospetto che qualcosa non abbia funzionato nella macchina dei trapianti del Monaldi si fa ogni ora più concreto. Se per Domenico si parla di un cuore “già stanco” prima del trapianto, per Pamela e per un terzo caso sospetto si indaga sulla tempestività delle reazioni dei sanitari davanti al rigetto o all’insufficienza d’organo.

La difesa del presidio

Dal canto suo, l’azienda ospedaliera si arrocca nella difesa della professionalità dei propri medici. I trapianti pediatrici, ricordano dal Monaldi, sono interventi ad altissimo rischio, dove il confine tra il miracolo e la tragedia è millimetrico. Ma la Procura vuole vederci chiaro: è stata sfortuna o una catena di errori umani e tecnici?

Mentre i periti analizzano i dati, Napoli resta col fiato sospeso. Perché se il Monaldi cade, cade l’ultima speranza per centinaia di bambini del Sud che in quel reparto vedevano l’unica via d’uscita. La politica, intanto, tace o balbetta, in attesa che la magistratura chiarisca se quel “reparto dei miracoli” sia diventato, per troppi piccoli pazienti, un vicolo cieco.

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