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Rogoredo, i tanti interrogativi su pizzo, pistole finte e Salvini

Ariel Piccini Warschauer.

Non era un conflitto a fuoco tra i canneti del bosco della droga, ma un’esecuzione maturata in un clima di «totale asservimento» e prevaricazione. È un quadro spettrale quello che emerge dalle 150 pagine del provvedimento di fermo a carico dell’assistente capo del commissariato Mecenate ora rinchiuso a San Vittore con l’accusa di omicidio volontario. Per il PM Giovanni Tarzia, il poliziotto è un uomo socialmente pericoloso che «potrebbe uccidere ancora».

La scena del crimine manipolata

La ricostruzione degli inquirenti demolisce pezzo dopo pezzo la versione della legittima difesa. Abderrahim Mansouri, 24 anni, non era armato quando è stato raggiunto dal proiettile mortale. La pistola trovata accanto al suo cadavere, una scacciacani priva del tappo rosso, non è mai stata nelle mani della vittima. Secondo i rilievi tecnici e le testimonianze incrociate, l’arma sarebbe stata «piantata» sul luogo del delitto dallo stesso poliziotto nella fase successiva allo sparo, per precostituire una giustificazione legale.

Un depistaggio che sarebbe durato 23 interminabili minuti: tanto è passato tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi. Un tempo che l’agente avrebbe utilizzato non per tentare di rianimare il giovane, ma per coordinare il recupero di uno zaino sospetto e «ripulire» la scena.

Il racket del bosco

Il movente scavato dalla Procura di Milano va oltre il singolo episodio e tocca i contorni del malaffare. Cinturstando ai racconti di alcuni testimoni protetti e spacciatori della zona, gestiva un vero e proprio «sistema di pizzo». Chi voleva vendere droga a Rogoredo senza essere disturbato doveva pagare all’agente una quota giornaliera: 200 euro e 5 grammi di cocaina. Mansouri, stanco del ricatto, aveva smesso di pagare e aveva iniziato a parlare troppo. Per questo, secondo l’accusa, doveva morire.

Il muro dell’omertà che si sgretola

Determinanti sono state le ammissioni dei colleghi di pattuglia. Indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, i componenti della squadra hanno iniziato a descrivere il clima di soggezione psicologica in cui operavano. Il poliziotto veniva descritto come un superiore carismatico ma violento, capace di imporre il silenzio attraverso minacce velate.

Le reazioni

Sul caso è intervenuto con durezza anche il Ministro Matteo Salvini , che ha scelto la linea della fermezza: «Chi indossa una divisa rappresenta lo Stato. Chi sbaglia paga più degli altri». Un segnale chiaro verso un’inchiesta che scuote profondamente la Questura di Milano, chiamata ora a fare luce su ogni possibile zona d’ombra rimasta nel «bosco» più difficile della città.

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