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Giusti, leghista della prima ora, spiega perché la Lega ha sbagliato ad arruolare Vannacci

L’uscita di Roberto Vannacci (nella foto) dalla Lega di Salvini non è una rottura traumatica, né una svolta chiarificatrice. È una resa dei conti rinviata troppo a lungo. Un epilogo scritto nel momento stesso in cui la Lega ha deciso di smettere di rappresentare gli interessi concreti del Centro Nord per inseguire un’identità nazionale posticcia, costruita più per occupare spazio mediatico che per esercitare potere politico reale.

Vannacci non è mai stato un incidente. È stato una scelta lucida, funzionale, deliberata. Una scorciatoia. Quando un partito non sa più cosa dire ai territori, arruola chi alza la voce. Quando non ha più una linea, cerca un personaggio. Non per rafforzare un progetto, ma per nasconderne l’assenza.

La Lega è arrivata a questo punto perché ha reciso il filo che la teneva in vita. Non quello elettorale, ma quello politico. È passata dall’essere un “sindacato” dei territori produttivi ad un partito nazionale di destra indistinta, senza più una funzione riconoscibile. Da forza che disturbava il centro a forza che chiede accreditamento al centro. Da movimento che contrattava con lo Stato a partito che si accontenta di abitarlo.

Il Nord, in questo processo, non è stato sconfitto: è stato sacrificato. Dato per scontato, ridotto a bancomat fiscale e serbatoio elettorale. Autonomia promessa e mai realizzata, federalismo trasformato in parola d’archivio, rappresentanza territoriale sostituita da slogan nazionali buoni per ogni latitudine. Una “zona di disinteresse” permanente, dove si paga molto e si decide poco.

È qui che nasce il Patto del Nord. Non come folklore nostalgico, non come rigurgito identitario, ma come rottura politica interna. Un partito composto anche da ex leghisti perché è la Lega ad aver cambiato pelle, non loro. Amministratori locali, militanti, dirigenti che hanno visto dissolversi il senso stesso della militanza: contare meno, decidere nulla, obbedire ad una linea costruita altrove.

Liquidare il Patto del Nord come marginale è un errore di lettura grave. I partiti non muoiono quando perdono voti: muoiono quando perdono funzione. E la funzione originaria della Lega – rappresentare interessi territoriali contro lo Stato centrale, non dentro lo Stato centrale – è stata scientemente smantellata.

Vannacci è stato il “cerotto” messo su questa amputazione. Una figura utile a spostare l’attenzione dal vuoto politico con il rumore culturale. Finché serviva a radicalizzare, andava bene. Finché polarizzava, veniva difeso in nome della libertà di parola. Quando però ha iniziato a creare problemi di gestione, di alleanze, di posizionamento europeo, è diventato improvvisamente incompatibile. Non per ciò che diceva, ma per il momento in cui lo diceva.

E’ qui che la Lega salviniana mostra il suo vero volto attuale. Non espelle Vannacci per una scelta di campo, ma per convenienza. Nessuna discussione di merito, nessuna assunzione di responsabilità politica, nessuna linea dichiarata. Solo tattica. Solo gestione del danno.

Il risultato è un partito che non decide più chi è, ma solo cosa conviene oggi. E un partito che ragiona così non guida i processi politici: li subisce. Oscilla. Insegue.

Nel frattempo, Matteo Salvini resta intrappolato nella sua stessa costruzione. Ha trasformato la Lega in un contenitore nazionale senza identità stabile: troppo moderata per chi voleva rottura, troppo ideologica per chi chiedeva affidabilità di governo, troppo romana per il Centro Nord (lo ha capito anche Eugenio Giani!), troppo nordista per il Sud. Una forza perennemente fuori asse.

La verità, da ex leghista, è più semplice e più dura di quanto si voglia ammettere: la Lega “Salvini Premier” non è stata tradita da Vannacci. È la Lega ad aver tradito la propria ragione d’essere molto prima. Vannacci è solo una conseguenza finale, non la causa.

Quando un partito rinuncia a rappresentare interessi reali per inseguire personaggi, perde prima credibilità, poi funzione, infine consenso. Il resto – scissioni, rancori, nuove sigle – non è caos: è fisiologia del declino.

E il declino, quando riguarda la rappresentanza dei territori, non resta mai senza risposta. Cambia solo forma.

Francesco Giusti

Già Segretario provinciale di Siena della Lega Nord fino al 2015, Vice Segretario nazionale vicario della Lega Nord Toscana, coordinatore del Movimento Giovani Padani Toscani

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