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Come si arrivò all’omicidio di Lando Conti

Roberto Pizzi.

La fine della II Guerra mondiale non comportò una completa pacificazione dell’Italia, uscita ancor più povera e prostrata dalla sconfitta morale e militare. Negli anni ‘50 era diffuso nel Paese un terrorismo dedito agli esplosivi, al culto delle armi, ai campi paramilitari, d’origine fascista, ispirato ai fantasmi di Salò: di fatto un prolungamento della guerra interna  del periodo 43-45. A seguire, negli anni ’60, si parlerà di violenze inquadrate nella cosiddetta “strategia della tensione”, con matrici ancora neofasciste. Poi, negli anni ‘70, il terrorismo dell’ultra destra  subirà colpi gravissimi, mentre si affacceranno sulla scena le Brigate Rosse ed altre  sigle rivoluzionarie dell’ultrasinistra, frutto di aree malate della società.

Da rilevare che dopo il ’68  si era assistito  al collasso delle scuole italiane, fino allora  repressive e classiste,  diventate progressivamente troppo permissive (ricordiamoci dell’Università di massa declassata, dove in certi atenei si facevano esami collettivi con l’imposizione dei “18” politici).

Le periferie urbane  sfornavano emarginati e sradicati arrabbiati o esaltati che intendevano combattere il “Male assoluto” della società occidentale, borghese, capitalista, imperialista, influenzati  emotivamente dall’eco  di conflitti lontani (Vietnam, Sud America, Medio Oriente) e dagli sconvolgimenti sociali del boom economico. Mentre cattivi maestri inculcavano  supersemplificazioni nelle teste dei giovani e pensavano di ripetere la lunga marcia dei rivoluzionari cinesi (o come quella di Che Guevara nelle montagne della Bolivia),  con un Lunga Marcia Metropolitana nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Si può dire che l’estremismo armato  fu favorito da tre fattori oggettivi destabilizzanti: A) un esodo rurale di masse che si inurbavano nelle Coree di Milano, o nelle cinture di Torino; B) la diffusione di istruzione di massa: nel cuore delle città la popolazione universitaria superava il milione di studenti (tre volte l’Inghilterra) e in tali aree di “parcheggio sociale o di emarginazione senza prospettive” il terrorismo trovava fertile terreno; C) l’interruzione dello sviluppo economico, con la crisi petrolifera. 

Alla strategia della tensione dei neofascisti succedevano, ora, le Brigate Rosse (il loro primo documento pubblicizzato è del 1970), nate in gran parte dal Collettivo Politico Metropolitano di Milano, dove confluivano cattolici  e dissidenti comunisti, entrambi posseduti da una furia “millenarista” che pretendeva di dare risposte totali e definitive ai problemi sociali e politici, nel rifiuto del dubbio. I comunisti venivano dalle roccaforti di Sesto San Giovanni e di Reggio Emilia. I cattolici, come Renato Curcio e Mara Cagol, erano ex praticanti delle parrocchie che avevano convertito la fede trascendente in una sacralità del conflitto sociale. Nel 1972 avveniva il primo rapimento e iniziavano i processi nelle “prigioni del popolo”. Le rivoltelle P38, insieme alle mitragliette Skorpios, erano i loro simboli. I terroristi arriveranno al punto che solo nel 1977 faranno 31 morti e 477 feriti. Anche il Pci e la Cgil subirono la loro offensiva: nel febbraio 1977 vi fu l’assalto al palco di Luciano Lama nell’Università di Roma. Ogni giorno le cellule clandestinescaricavano le pistole sulle gambe di magistrati, ufficiali e agenti di polizia, giornalisti, esponenti locali dei partiti, direttori di fabbrica e capi-officina, mentre continuava lo stillicidio delle uccisioni rituali di esponenti dell’apparato legale, come il procuratore della Repubblica a Genova o il presidente dell’Ordine degli avvocati a Torino. A novembre, veniva ucciso il vice direttore del quotidiano “La Stampa” di Torino, Carlo Casalegno. Insomma, si avvicinava l’ora del gran delitto politico, che sarebbe arrivata il 16 marzo 1978 con il sequestro di Aldo Moro  e con la sua uccisione del 19 maggio, da punire in quanto autore del sistema di mediazioni tra democristiani e comunisti. Spuntavano anche varie Teorie del Complotto e si  sostenne che gli stranieri eranocoinvolti nell’affare Moro. Dietrologia: chi c’è dietro? Oppure: cui prodest (a chi giova)? Era una disputa assai complicata che tendeva a rimuovere aspetti importanti della nostra società, definita da attenti osservatori: “flaccida e nebulosa”, per la primaria inefficienza degli apparati dello Stato (nonostante le forze di polizia italiane fossero in numero maggiore di quelle tedesche); per il fatalismo, per le rivendicazioni sociali esagerate tollerate dai nostri governanti. Con o senza interferenze straniere, il terrorismo affondava, dunque, le radici nei fattori disgregativi attivati dalla crisi degli anni precedenti.

Non si può escludere, comunque, che oscuri disegni influissero sul terrorismo italiano. Il giornalista  Alberto Ronchey scrisse nel suo prezioso libro “Libro bianco sull’ultima generazione” (Garzanti, 1978) , che intanto occorreva concentrare l’ attenzione primaria sui fenomeni di base.  Fra questi gli effetti disastrosi del disfacimento dei  servizi d’informazione dello stato, il “buonismo” interessato di forze politiche che invocavano leggi non repressive con leggi  e regolamenti stile Svezia, in una realtà di guerriglia argentina; la vandalistica rivoluzione permanente nelle scuole, le fazioni settarie nella giustizia, già presenti allora. Anche autorevoli esponenti del Pci riconobbero nel 1977 il pericolo “rosso”, ma si illusero di incanalare il dissenso dell’ala estrema in un alveo riformista, che però non riuscirono a controllare (e la storia – mutatismutandis – sembra  ripetersi ai giorni nostri). Quindi, scrisse ancora Ronchey, se il Pci non fu complice,  fu responsabile   del terrorismo, che poi  ripudiò, ma troppo tardi e sempre cercando la scusa del complotto imperialista, delle multinazionali, ecc.

Non si può escludere del tutto che dietro le Br abbiano agito anche occulte forze straniere interessate a destabilizzare la società italiana. Ma è certo che vi sia stata una forza terroristica endogena automunita di ideologie tendenti alla disgregazione della società in nome della lotta di classe. Forza endogena che seppure frenata dal “Compromesso storico”, con la fase della “solidarietà nazionale”, quando  il Pci passò dall’opposizione all’astensione e poi al sostegno dei governi guidati da Giulio Andreotti, non scomparve del tutto ma si interrò come un fiume carsico, per ricomparire dopo pochi anni per mezzo dei suoi cascami che riportarono violenze nel Paese, con le uccisioni a Roma dell’economista Ezio Tarantelli (1985) , del senatore democristiano Roberto Ruffilli (1988) a Forlì, e di  Lando Conti (1986). Ricordiamo brevemente che Lando Conti (nella foto) era nato a Firenze il 1° novembre del 1933 da una famiglia laica intrisa di valori risorgimentali: il nonno materno Menotti Riccioli e la madre Lisa Riccioli instillarono in lui i valori mazziniani. Il nonno in particolare, che era stato antifascista, trasmise a Lando la passione politica che lo portò ad aderire in giovane età  al Partito Repubblicano Italiano,  del quale fu segretario provinciale, quindi consigliere comunale, assessore nella giunta Bonsanti, sindaco della città, succedendo proprio a quest’ultimo,  dal 26 marzo 1984 al 23 settembre 1985. Fu iniziato alla Massoneria, nella Loggia “Mazzoni ” del Grande Oriente d’Italia, a Prato il 22 novembre 1957; passando poi a quelle fiorentine “La Concordia” ed alla loggia “Abramo Lincoln”. Lando Conti fu valido imprenditore ed uomo amato per correttezza e bontà. Godette della fiducia di Giovanni Spadolini, che fu il primo presidente del Consiglio laico della  nostra repubblica dal 1981 al 1982. Lo storico fiorentino ricoprì anche la carica di ministro della Difesa nel governo Craxi dal 1983 al 1987, anno in cui volle che il Congresso nazionale del suo partito venisse tenuto proprio a Firenze, per onorare la memoria di Lando Conti, da poco ucciso da un nucleo delle Brigate Rosse, che si ritiene fosse formato da una decina di terroristi. Di questi  solo quattro furono arrestati, processati e condannati all’ergastolo nel maggio del 1992: tutti erano toscani; tre fiorentini ed uno di Castelnuovo Garfagnana. 

Nel pomeriggio del 10 febbraio 1986, nella zona di Ponte alla Badia, a Firenze, Lando Conti fu assassinato con 18 colpi di mitraglietta Skorpion, mentre, in auto, si stava recando in consiglio comunale. Si è sostenuto, non senza fondamento, che Lando Conti sia stata un vittima sacrificale, intendendo colpire in lui la figura di ben più di rilievo politico di Giovanni Spadolini, all’epoca ministro della Difesa, che i fanatici omicidi definivano spregiativamente “Ministro della Guerra”. Il senatore fiorentino, sempre stato su ferme posizioni atlantiste, dopo la grave crisi di Sigonella aveva ritirato il suo partito dal governo, aprendo una crisi istituzionale, in polemica con il Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri italiani di allora, che non avevano impedito la fuga del palestinese Abu Abbas autore del dirottamento della nave Achille Lauro e dell’uccisione del passeggero paralitico americano, Klinghofer. 

Lando Conti, verrà ricordato nel quarantesimo anniversario della sua uccisione, al noto caffè delle Giubbe Rosse in piazza della Repubblica, a Firenze, martedì 10 febbraio alle 19, con una iniziativa promossa dal Caffè Letterario e da sfogliamo.eu.  Di lui ne  parleranno il figlio Lorenzo, Armando Niccolai, lo scrittore Massimo Nardini, e Stefano Bisi.

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