Sicurezza, la linea dura della presidente del consiglio attenuata dal Colle
Ariel Piccini Warschauer.
Non è solo un pacchetto di norme, è un manifesto politico. Giorgia Meloni sceglie il registro della fermezza per blindare il nuovo decreto sicurezza, un provvedimento che la premier rivendica come «un atto di giustizia verso chi ci difende». Dopo due ore di Consiglio dei ministri, il governo licenzia un testo che spazia dalla stretta sui cortei alle misure «anti-maranza», ma il vero terreno di scontro si sposta subito sul rapporto, sempre più teso, tra potere esecutivo e ordine giudiziario.
L’affondo contro le toghe
La premier non nasconde l’irritazione per le recenti decisioni della magistratura in merito agli scontri di Torino. Parla di «indignazione» e accusa apertamente una parte dei giudici di «doppiopesismo». Secondo Meloni, l’esistenza di uno «scudo penale di fatto» per i frequentatori dei centri sociali ha reso difficile la difesa dei cittadini. «Non sono ragazzini che fanno casino, sono professionisti del disordine», taglia corto la presidente del Consiglio, spiegando che la riforma serve proprio a scardinare quegli automatismi che finora avrebbero penalizzato le forze dell’ordine a vantaggio degli antagonisti.
Il “Registrino” e l’equilibrio con il Colle
Il cuore tecnico del provvedimento porta la firma di Carlo Nordio e Matteo Piantedosi. Il Guardasigilli ha illustrato ai colleghi la novità del registro alternativo a quello degli indagati — ribattezzato informalmente il «registrino» — pensato per evitare che l’atto dovuto dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato si trasformi in una gogna per l’agente che ha agito in legittima difesa. «Non è impunità», assicura Nordio, «ma tutela della dignità».
Sul fronte dell’ordine pubblico, il fermo preventivo di 12 ore è stato l’oggetto di un lungo lavoro di limatura con gli uffici del Quirinale. Per superare i dubbi di costituzionalità, il testo finale prevede che il magistrato debba essere informato immediatamente e possa disporre il rilascio istantaneo se mancano i presupposti. «Conosciamo il diritto», ha chiosato Piantedosi, rivendicando la tenuta giuridica di una norma che punta a neutralizzare i violenti prima che entrino in azione.
Dai borseggiatori alle sanzioni sui cortei
Il decreto interviene capillarmente sulla percezione di insicurezza urbana: Si torna indietro sulla riforma Cartabia per il furto con destrezza. Per i borseggiatori nelle metro e nelle strade non servirà più la querela di parte: lo Stato procederà autonomamente. Multe pesantissime per il porto di coltelli e sanzioni dirette ai genitori per i reati commessi dai minori (le cosiddette norme anti-gang). Multe fino a 20.000 euro per chi organizza cortei non autorizzati o devia dal percorso. È la risposta del governo al tentativo della Lega di introdurre una “cauzione”, poi sfumata nel testo finale ma che Salvini promette di ripresentare in Aula.
Il nodo immigrazione
In attesa del prossimo Consiglio dei ministri dedicato interamente ai flussi e al recepimento del Patto Ue, Meloni inserisce un primo tassello: l’abolizione del gratuito patrocinio automatico per i ricorsi dei migranti contro l’espulsione. «Non è accettabile che lo Stato paghi l’avvocato a chi non ne ha diritto, creando una disparità con i cittadini italiani», ha spiegato la premier.
Il pacchetto approderà in Gazzetta Ufficiale entro 48 ore. La tempistica non è casuale: il governo vuole che le nuove norme siano pienamente operative per la gestione dell’ordine pubblico durante i grandi eventi internazionali e i Giochi Milano-Cortina. Ma al di là delle scadenze tecniche, resta il dato politico di una maggioranza che ritrova compattezza sul tema identitario della sicurezza, lanciando una sfida aperta a quel “garantismo a targhe alterne” che, secondo Palazzo Chigi, avrebbe finora indebolito l’autorità dello Stato.





