Epstein, il terremoto arriva a Bruxelles e tremano l’Ue e i Reali del Belgio
Ariel Piccini Warschauer.
Non è più solo uno scandalo americano. Il “sistema Epstein” abbatte le mura del Vecchio Continente e penetra nel cuore delle istituzioni europee. Le nuove rivelazioni emerse dai file declassificati scuotono la Commissione Ue, lambiscono le case regnanti e aprono uno scenario inquietante da Guerra Fredda: una gigantesca operazione di ricatto orchestrata all’ombra del Cremlino.
Il fronte politico: dimissioni e indagini a Palazzo Berlaymont
Il primo a cadere sotto il peso dei documenti è Miroslav Lajčák. L’ormai ex consigliere per la sicurezza nazionale slovacco e storico inviato speciale dell’Ue per il dialogo Serbia-Kosovo ha rassegnato le dimissioni. Nei file, Lajčák compare in conversazioni con Jeffrey Epstein in cui si discuteva di diplomazia d’alto livello con il russo Serghei Lavrov, tra battute spregiudicate e toni definiti dallo stesso Lajčák “spensierati”, ma divenuti politicamente insostenibili.
Lo scandalo lambisce anche Maroš Šefčovič, attuale Commissario europeo al Commercio. Sebbene Šefčovič neghi categoricamente ogni contatto (“Mai parlato con Epstein, né direttamente né indirettamente”), il suo nome appare nelle chat tra il finanziere e Lajčák. Ma la pressione più forte è su Peter Mandelson: Bruxelles ha annunciato l’apertura di un’istruttoria per verificare se l’ex commissario abbia violato il codice di condotta, passando a Epstein informazioni riservate del governo britannico durante la crisi finanziaria globale.
La corona belga nel mirino
Dopo il caso del principe Andrea nel Regno Unito, lo scandalo tocca la monarchia belga. “Aggiungi il principe Laurent ai miei contatti”, scriveva Epstein alla sua assistente nel 2012. Il fratello del Re ha ammesso due incontri con il finanziere, pur precisando di non aver mai ceduto alle sue richieste di mediazione con la famiglia reale. Sebbene per Laurent non si parli di reati sessuali, la sua presenza nel database del “pedofilo dei potenti” scuote l’opinione pubblica di Bruxelles.
L’ombra del KGB: “Era una trappola per l’Occidente”
L’aspetto più geopolitico della vicenda emerge però da Varsavia. Il premier polacco Donald Tusk ha lanciato un’accusa pesantissima: Epstein potrebbe essere stato una pedina del Cremlino. “L’FBI afferma che Epstein gestiva parte del patrimonio di Putin”, ha dichiarato Tusk, ipotizzando che i famigerati festini sull’isola privata fossero una classica “honey trap” (trappola della seduzione) orchestrata dai servizi russi (KGB/FSB) per raccogliere materiale compromettente su presidenti e leader mondiali.
Nei file il nome di Vladimir Putin ricorre circa mille volte. Mosca, per bocca di Maria Zakharova, definisce i documenti “nauseanti”, ma il sospetto che l’intero archivio di Epstein – fatto di video, foto e messaggi registrati segretamente – sia stato uno strumento di pressione russa sulle élite occidentali è ora al centro di un’inchiesta internazionale.





