La contabilità del sangue, Kiev adotta la dottrina del logoramento
Ariel Piccini Warschauer.
Non è solo una strategia, è una sfida all’aritmetica della sopravvivenza. Volodymyr Zelensky ha fissato l’asticella del nuovo anno di guerra su una cifra brutale: 50.000. È il numero di soldati russi che l’Ucraina punta a “neutralizzare” ogni trenta giorni. Un obiettivo che il nuovo Ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, ha ricevuto come mandato imperativo per “costringere il Cremlino alla pace attraverso la forza”.
L’algoritmo della guerra d’attrito
Mentre i negoziatori si preparano a incontrarsi ad Abu Dhabi in un clima di gelida sfiducia, Kiev trasforma il campo di battaglia in una gigantesca macchina del logoramento. I dati sono senza precedenti: un rapporto recente stima in 1,2 milioni le perdite russe (morti, feriti e dispersi) dall’inizio dell’invasione. È il tributo di sangue più alto pagato da una potenza mondiale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
“I dati dicono che la Russia non sta vincendo”, recita il rapporto. Eppure, il territorio del Donetsk resta una ferita aperta. Kiev controlla ancora il 20% della regione, incluse le roccaforti di Kramatorsk e Sloviansk. Cederle oggi, nella logica di Zelensky, non significherebbe ottenere la pace, ma solo offrire a Putin una pausa per riorganizzare le truppe e colpire ancora.
Il sistema a punti: “e-points” e dilemmi tattici
Per alimentare questa macchina, l’Ucraina ha introdotto un sistema di incentivi quasi distopico: gli “e-points”. Le unità che eliminano soldati nemici o distruggono tank accumulano punti da convertire in nuovi droni ed equipaggiamenti. Un sistema che però sta sollevando critiche feroci tra i veterani sul campo.
Ryan O’Leary, ex combattente americano a capo della Chosen Company, ha sollevato un velo di dubbi su questa strategia: “La guerra non si vince contando i soldati abbattuti oggi nelle trincee”. Il timore è che i comandanti ucraini, spinti dalla necessità di “fare punteggio” per ottenere rifornimenti, privilegino attacchi facili contro la fanteria rispetto a colpi più complessi ma decisivi contro la profondità operativa russa: depositi di carburante, nodi di comunicazione e hub logistici a 40 km dal fronte.
L’ombra di Trump e il fattore tempo
La strategia di Kiev sembra figlia della necessità più che della scelta. Con lo scetticismo crescente verso il processo negoziale e l’incognita di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Ucraina sa di avere un’unica carta: dimostrare che la Russia sta esaurendo le risorse umane più velocemente di quanto possa rimpiazzarle.
Ma la storia russa insegna che la soglia del dolore del Cremlino è tradizionalmente molto più alta di quella occidentale. Puntare tutto sulla “body count” è una scommessa ad altissimo rischio: se il fronte russo non dovesse crollare sotto il peso dei propri caduti, l’Ucraina si troverebbe intrappolata in una guerra dei numeri che rischia di consumare anche le sue, pur eroiche, resistenze.





