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Politica

In Italia esiste un problema di rappresentanza generazionale

Tre piazze, un’unica parola d’ordine: carovita. Ma le mobilitazioni giovanili di queste settimane raccontano storie diverse. In Spagna la protesta ha un solo tema, la casa: a Madrid e Barcellona l’affitto si mangia quasi metà dello stipendio, e un piccolo sindacato degli inquilini ha dettato l’agenda ai sindacati confederali, fino allo sciopero generale dell’11 novembre. In Francia la scintilla è partita dai licei, contro una scuola senza professori e una selezione universitaria vissuta come ingiusta, mentre la disoccupazione giovanile è cresciuta di due punti e mezzo in un anno. Ne parla Romano Benini sul Riformista.

In Italia né gli affitti né la disoccupazione giovanile sono ancora percepiti come questioni tanto evidenti e sentite da reggere una piattaforma nazionale. Siamo un Paese di proprietari, dove l’emergenza abitativa esiste, ma pesa su poche grandi città e sugli studenti fuori sede, e i giovani senza lavoro sono meno di dieci anni fa. Ne esce una protesta frammentata, con un generico «no al carovita» esposto a ogni strumentalizzazione: dei gruppi antagonisti, dei partiti in cerca di una piazza, di chi cerca solo lo scontro. Non sarà facile per la Cgil riuscire nell’intento dichiarato di rappresentare i non rappresentati. Quasi metà dei suoi iscritti è pensionata, gli under 35 sono uno su dieci; la piattaforma della Via Maestra, oltre ai salari, insiste su autonomia differenziata e legge elettorale, e il 17 ottobre il sindacato era a Roma, con i leader dell’opposizione sotto il palco. Già il referendum del 2025 sui contratti a termine, tema tipico degli esclusi, si era fermato intorno al 30% di affluenza. I giovani precari lavorano dispersi tra logistica, piattaforme e turismo, dove il sindacato è più debole, e un movimento che si dice apartitico difficilmente si farà assorbire da chi appare parte di uno schieramento.

Ridurre tutto a un problema di ordine pubblico sarebbe però un errore. Esiste in Italia una reale questione di rappresentanza generazionale, e si manifesta proprio nel momento del più grande passaggio generazionale nella storia del nostro mercato del lavoro. Stanno uscendo dalla vita attiva le coorti del baby boom, le più numerose del dopoguerra, e a sostituirle arrivano generazioni molto più esili. Nei prossimi cinque anni l’economia italiana avrà bisogno di quasi quattro milioni di lavoratori, dei quali almeno 3 milioni e mezzo sono chiamati a sostituire chi andrà in pensione. Un ricambio di questa portata non avviene da sé: richiede attenzione, inclusione, orientamento e soprattutto trasferimento di competenze, perché con i lavoratori rischia di andare in pensione un patrimonio di saperi tecnici e professionali che non sta scritto in nessun manuale e non è replicabile dall’intelligenza artificiale. Il rischio è doppio: imprese che non trovano le competenze che cercano e giovani che non trovano un lavoro all’altezza delle loro attese.

Molti dei ragazzi che oggi vivono situazioni di disagio, orfani di rappresentanza e di identità, sono i lavoratori di cui il Paese avrà bisogno domani. Vanno costruite le condizioni perché lo diventino. In Italia, a differenza della media europea, la quota più alta di giovani che non studiano e non lavorano si trova nelle grandi città. È nelle periferie urbane che si concentrano abbandono scolastico, cittadinanze incerte per i figli dell’immigrazione, mancanza di luoghi e di adulti di riferimento. Per molti ragazzi di seconda generazione, nati e cresciuti qui, la domanda di appartenenza è ancora più acuta. In questi anni l’Italia ha migliorato la quantità del lavoro: oltre 24 milioni di occupati, inattività ai minimi dal 2004, giovani che non studiano e non lavorano scesi dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025, il calo più forte d’Europa. Ora serve il salto della qualità. Questo salto nessun governo può farlo da solo. In trentacinque anni, in Italia il divario salariale tra under 35 e over 55 è quasi raddoppiato, un aumento quasi triplo rispetto alla Germania, mentre la quota di giovani nei ruoli direttivi è scesa dall’8 al 3 per cento.

Vuol dire orientamento fin dalla scuola media, un apprendistato che torni a essere la porta d’ingresso principale, ITS Academy radicati nei territori, servizi per il lavoro capaci di andare a cercare i ragazzi dove sono invece di aspettarli allo sportello, un sistema efficace di raccordo tra scuola e lavoro. Vuol dire affiancare i lavoratori in uscita ai giovani in entrata, perché il sapere passi di mano prima di disperdersi, tanto più ora che l’intelligenza artificiale cambia il contenuto di molti mestieri. E vuol dire riportare nelle periferie presidi credibili: scuole aperte il pomeriggio, centri per l’impiego di prossimità, imprese disposte a investire su un quartiere. Il disagio delle piazze non si risolve solo con l’ordine pubblico né con la ritualità della mobilitazione, ma offrendo a una generazione un posto riconoscibile nel lavoro di domani. Ai ragazzi delle periferie non servono testimonial: servono adulti credibili, percorsi chiari, un’occasione vera. È su questo che si misura la tenuta della nostra coesione sociale, prima ancora che della nostra economia.

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