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Esteri

A venticinque anni dall’11 settembre la riflessione di Gianrico Carofiglio

Gianrico Carofiglio su La Stampa riflette sui venticinque anni trascorsi dall’11 settembre 2001 e sulle conseguenze delle risposte occidentali alla minaccia terroristica. Gli attentati furono anzitutto un trauma collettivo e mostrarono la vulnerabilità degli Stati Uniti, generando inizialmente una forte solidarietà internazionale. Ma posero anche interrogativi senza risposte immediate: come combattere un’organizzazione terroristica transnazionale, come proteggere una società aperta senza trasformarla e fin dove spingersi senza confondere la necessità di reagire con la vendetta. Secondo Carofiglio, la definizione di «guerra al terrore» conteneva già un problema: il terrorismo non è uno Stato o un esercito, ma un metodo, e una guerra contro un metodo rischia di non avere una fine. Le successive guerre in Afghanistan e Iraq, quest’ultima avviata sulla base di informazioni rivelatesi false sulle armi di distruzione di massa, furono accompagnate da Guantánamo, Abu Ghraib, torture e sistemi di sorveglianza sempre più estesi. Il terrorismo rappresentava una minaccia reale, ma restava aperta la questione dei limiti da rispettare per non sacrificare i principi democratici. L’autore individua qui un problema più generale: la democrazia richiede la capacità di convivere con l’incertezza, mentre le torsioni autoritarie tendono a ridurla offrendo spiegazioni semplici e individuando rapidamente un colpevole. È la «negative capability» di John Keats: saper restare nel dubbio senza cercare risposte immediate e rassicuranti. A venticinque anni dall’11 settembre, Carofiglio osserva che questa capacità appare ancora più difficile da esercitare, anche per effetto della comunicazione digitale e della politica delle contrapposizioni nette. Le democrazie devono invece poter correggere le decisioni sbagliate attraverso discussione, controlli e cambiamenti. La lezione dell’11 settembre, conclude, è che le strade intraprese non erano inevitabili: quando una risposta viene presentata come l’unica possibile, occorre chiedersi se lo sia davvero.

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