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Toscana

Le dispute sulle sepolture nel cimitero di Lucca

Panoramic sight in Lucca, with the Duomo of San Martino. Tuscany, Italy.

Roberto Pizzi.

Giovanni Spadolini nel suo libro Le due Rome (Le Monnier, Firenze, 1973) ci ricorda che gli anni del papato di Leone XIII (1878-1903)  furono caratterizza da epici scontri tra i difensori dello Stato nato dal Risorgimento e i sostenitori del potere temporale della Chiesa (vedi anche il nostro articolo del 10 agosto: Sui recenti funerali religiosi negati a due massoni). 

Si assisteva, in particolare,  ad accese dispute fra i laici ed i clericali per i funerali e le sepolture di coloro che avevano partecipato all’epopea risorgimentale e non si riconoscevano nei valori della Chiesa. A Lucca, la serie di questi accesi dibattiti, che ebbero ampia risonanza sulla stampa, iniziava con la morte di  Anacleto Cardella, soldato garibaldino, partecipe dei moti insurrezionali mazziniani locali guidati da Tito Strocchi nel giugno del 1870. Alla sua morte, il 17 maggio del 1879 , il  frate cappuccino addetto ai servizi religiosi nel Cimitero della nostra città, Padre Ignazio da Lucca, scriveva nel suo Diario: “Questa sera 19 maggio, civilmente associato, senza segno veruno di religione, fu condotto al cimitero il cadavere del fu Anacleto Cardella, sergente garibaldino e fu sepolto nel cimitero acattolico, la bicocca dalla parte del fiume. Per quanto facessero i Soci perché gli fosse data distinta sepoltura nel Campo Santo cattolico, non poterono ottenere il loro intento e quindi fu loro gioco forza ottemperare al Municipio che ordinava la di lui sepoltura nel detto cimitero. A questo monaco (al secolo: Raffaello Contarini, di  Montignoso), addetto ai servizi religiosi del Cimitero urbano, si deve la redazione di un diario relativo allevicende dello stesso cimitero proseguito fino al 1890. Negli Annali conservati nell’Archivio dei Padri Cappuccini di Monte S. Quirico si lodano le virtù di questo novello Cerbero, che cercava di impedire le sepolture nel Camposanto agli acattolici e liberi pensatori”.

Anacleto Cardella morì senza i conforti religiosi e quindi fu inumato nel Cimitero Acattolico, nella parte detta La Bicocca, dal lato del fiume.  Solo il 23 dicembre 1886 i suoi resti vennerodefinitivamente collocati nel Cimitero principale. Un altro caso simile si verificò quando il 12 giugno 1879 cessava di vivere a 33 anni, consunto dalla tisi, Tito Strocchi,  la figura di maggior spicco del repubblicanesimo lucchese. Anche stavolta il Municipio  negava la sepoltura nel cimitero urbano, in quanto lo Strocchi, massone, era stato “associato secondo le sue ultime volontà con forma puramente civile”. Per i clericali del Comune il suo posto era esclusivamente in quella zona  del camposanto descritta dai giornali laici come zona “abbandonata” fuori dalla  cinta architettonica”, che non aveva alcuna comunicazione interna o diretta col campo maggiore. 

Noti personaggi della democrazia italiana come Saffi, Campanella, Canzio, Valzania, fecero sentire la loro voce sulla stampa nazionale contro la Giunta municipale lucchese asservita ai clericali. Il Prefetto, però, chiamato in causa dagli amici del repubblicano defunto, ordinava la sua inumazione nel campo principale, permettendo che il   “soldato della libertà” (come venne anche chiamato lo Strocchi),  fra le ombre del crepuscolo, venisse accompagnato verso una dignitosa sepoltura dai rappresentanti delle  varie associazioni democratiche, della  Fratellanza Artigiana, delle logge massoniche cittadine,  dai numerosi inviati della stampa italiana. 

I seguaci di Tito Strocchi sostennero che era un diritto della cittadinanza il principio di eguaglianza nel luogo della sepoltura, riaffermato come luogo per tutti, senza distinzioni, quindi  “Cimitero laico” per legge e non “Camposanto”,  come lo definivano i clericali.

​A distanza di due anni, senza aver provveduto a riservare alcuna parte di terreno per gli acattolici dentro il recinto del cimitero e insistendo nel divieto della loro collocazione nel campo principale, il Municipio doveva confrontarsi col problema della sepoltura di un altro cittadino deceduto da  “miscredente”. Il mondo clericale lucchese insorse nuovamente quando l’artigiano Vincenzo Colucci moriva  a 42 anni, il 20 giugno del 1881, come fu scritto dalla stampa clericale dell’epoca: “senza dare alcun segno di pentimento e senza ricevere i sacramenti”,  poiché “disgraziatamente arreticato dalle società ora di moda”. Onesto operaio morto da libero pensatore, mazziniano, seguace dello Strocchi, fu fra coloro che lo assisterono con amore e abnegazione,prendendo parte attiva alla sua civile sepoltura. Gli amici, appena deceduto, chiesero al Municipio un posto del cimitero principale dove seppellirlo, ricevendo subito il rifiuto dell’impiegato comunale addetto a tali pratiche, che ben conosceva il Colucci. Anche questa sepoltura fu, invece, autorizzata dalla autorità prefettizia, con   altre accese polemiche che  suscitarono un nuovo intervento del triumviro della gloriosa Repubblica Romana del 1849, Aurelio Saffi,  il quale attaccò sulla stampa nazionale l’intolleranza dei clericali lucchesi. La disputa sul Cimitero si risolse sotto l’amministrazione del sindaco Pucci (1884-1886), quando il Comune approvò un regolamento definitivo sulle sepolture che sanciva la secolarizzazione del Camposanto, il quale diveniva Cimitero di tutti i lucchesi, senza distinzione di culto

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