#CULTURA #ECONOMIA #TOSCANA

Partono i bastimenti

Roberto Pizzi.

A casa mia, in Egitto, dopo cena recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti. La mia infanzia ne fu tutta meravigliata. La città ha un traffico timorato e fanatico. In queste mura non ci si sta che di passaggio. Qui la metà è partire. …..In questi versi di Ungaretti, “uomo di mondo” (figlio di quattro patrie: Egitto, Italia, Francia e Brasile) si possono condensare i dolori, i sacrifici, le speranze di migliaia di lucchesi che hanno affrontato l’ignoto per cercare il riscatto da una sorte ingrata che la terra d’origine, non madre ma matrigna, aveva loro riservato. Terre vicine come la Corsica, (oggetto di un flusso stagionale e plurisecolare)   o assai lontane come  Argentina, Brasile, Australia, Stati Uniti: le mete di un flusso migratorio di massa così forte da iscrivere la nostra provincia, insieme a quella di Massa,  come prima in Toscana e fra le prime 4 in Italia. L’emigrazione della Lucchesia è un fenomeno economico e sociale che appartiene alla storia di migliaia di famiglie della nostra provincia e la pubblicistica locale ci ha fatto per lo più  conoscere la parte positiva del fenomeno, i successi e le realizzazioni personali, esaltando lo spirito d’avventura, l’intraprendenza degli attori di queste vicende, riservando agli sconfitti solo l’oblio. Si è  persa di vista, inoltre, la maggior complessità del fenomeno, non solo lucchese ma coinvolgente altre zone italiane, come l’Appennino centrale, che da solo rappresenta un’area che fin dall’inizio dell’800 forma uno dei grandi sistemi migratori europei, con un flusso stagionale valutabile attorno ai 100.000 individui. In second’ordine sono passate anche le analisi dei grandi processi di trasformazione che alla fine del 1700 determinarono un’accelerazione del processo di mobilità delle popolazioni rurali. Per capire il fenomeno dell’emigrazione di massa, anchelucchese, non si può prescindere, invece,  dalla consapevolezza di un sistema italiano che da secoli era un’area depressa, dopo la sua esclusione dai traffici europei trasferiti dal Mediterraneo al Mare del Nord. Solo dopo il 1860 l’Italia si riaffaccia sulla scena dell’economia mondiale, ma priva di materie prime, di vie terrestri o fluviali di comunicazioni, con un agricoltura povera che limitava alla pianura Padana la zona dell’accumulazione primitiva , cioè di quel surplus agrario da trasferire all’industria. Eppure, dopo l’unità si ponevano le basi di una società industriale, scavando gallerie, prolungando ferrovie che “cucivano” lo stivale ed iniziando quella transizione che dai 15 mila telai meccanici del 1876 portava ai 120 mila del 1914,  che dai forni Coke passava a quelli Martin-Siemens. I problemi di un paese ultimo arrivato nel consesso dell’economia mondiale restavano tutti interi e per grandi masse di contadini ed operai non vi era posto in patria. Molte generazioni pagarono il prezzo di quel travaglio dello sviluppo con livelli di vita da mera sussistenza a cui sfuggire con l’emigrazione in ogni parte del mondo. Come fecero i lucchesi dell’800, che non erano più i mercanti cinque-seicenteschi che da Anversa, Lione, Bruges si spingevano fin nella Russia degli zar, o alla corte polacca degli Jagelloni, in Lituania, o in Estonia, ma che da colonizzatori attivi ora diventavano emigranti con il denaro a malapena sufficiente per il viaggio. Essi  fuggivano dalla brutalità e dalla esosità dei tributi, come dopo l’occupazione austriaca del 1814, dopo le guerre napoleoniche, o per sottrarsi ai vincoli di una realtà geografica priva di collegamenti stradali che impediva la crescita economica e lo sfruttamento delle poche risorse naturali. O spinti dal problema di una crescita eccessiva della popolazione, come quella del periodo fra il 1870 e  il 1890 e dalla struttura della proprietà terriera, in massima parte in mano al clero ed ai nobili che spezzettavano i fondi in piccoli appezzamenti da dare in enfiteusi, livello, mezzadria, senza investire adeguatamente né apportare migliorie e  innovazioni. L’emigrazione italiana in generale e lucchese in particolare è un fenomeno troppo grande, complesso ed importante che non può racchiudersi in stereotipi edulcorati e interessati ma merita trattazioni adeguate. Come meritano rispetto, amore e gratitudine coloro  che sono  partiti  verso l’ignoto, sia che siano tornati  vincitori o che abbiano perso la sfida, poiché oltre a permetterci di vivere in una società dove i problemi dell’emigrazione sono ora ribaltati di 360 gradi, hanno  insegnato  il coraggio e contribuito a farci capire che il nostro universo non è chiuso dalle pur belle Mura .

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