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Le minacce di Trump ai paesi europei per la digital tax

Ci risiamo, scrive Riccardo Illy su InPiù, non appena il Parlamento europeo ha approvato l’accordo con gli Usa sull’applicazione di dazi  (ma perché lo ha fatto, se nel frattempo la Corte Suprema aveva sentenziato che il Presidente non aveva i poteri per imporli?) sui beni importati in quel paese, Trump ha dissotterrato la clava minacciandone di nuovi, al 100%. Questa volta ce l’ha con i paesi europei che intendono applicare la cosiddetta “digital service tax”, ovvero un’imposta sui servizi offerti online (quasi sempre, ma non solo, da aziende americane). Servizi che vanno dalla memoria per archiviare foto e video, alla musica e film on demand passando per software e servizi bancari. Si tratta di quella massa di servizi immateriali (per l’e-commerce la UE ha già introdotto un dazio sui piccoli pacchi importati) che se contabilizzati compensano una buona parte del disavanzo commerciale fra Ue e Usa; servizi che i giganti americani come Amazon, Meta, Google e Microsoft fanno transitare per l’Irlanda per una sorta di “tax-washing”, nel mentre negli Usa godono di particolari privilegi fiscali. Sono proprio queste società ad aver scritto a Trump una lettera per denunciare l’intenzione di altri membri della Ue di introdurre la digital service tax. Che già otto membri, fra i quali l’Italia, hanno introdotto, con aliquote che vanno dal 2 al 7,5%. Altri sei hanno annunciato l’intenzione di farlo, anche se da più parti (non ultimo il segretario generale dell’Ocse Mathias Cormann) si invoca la necessità di un coordinamento internazionale sulla materia o quantomeno l’applicazione da parte della UE di un’imposta uguale da parte di tutti i membri.
 
Sfugge poi ai non addetti ai lavori della burocrazia e del diritto europei perché per annullare i benefici da paradiso fiscale che l’Irlanda garantisce alle grandi società internazionali si debba applicare una nuova imposta; ma tant’è… Certo che Trump, come sempre senza approfondire e senza farsi ben consigliare, riprende a minacciare; così come ha fatto con l’Iran evocando letali bombardamenti quando aveva finito le scorte di missili e bombe, adesso minaccia l’Europa di applicare dazi che la Corte Suprema ha stabilito non ha i poteri di decidere. È probabile che anche questa volta vedremo molto fumo e poco arrosto; speriamo almeno che la UE colga l’occasione per rispondere e agire in maniera unitaria e compatta. Per intanto ha rivendicato la sua sovranità nell’applicare imposte, purché colpiscano in maniera indiscriminata i beni o i servizi di tutte le imprese; ha anche ricordato il suo impegno nelle sedi internazionali come il G7 a trovare una soluzione comune per la tassazione dell’economia digitale.

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