Medio Oriente in stallo: doppio no al disarmo, Berri respinge l’accordo con Israele e Hamas frena sul piano di pace
Ariel Piccini Warschauer.
Il fragile castello di carte diplomatico costruito nelle ultime ore per stabilizzare il Medio Oriente rischia di crollare sotto il peso dei veti incrociati. Da Beirut a Gaza, l’asse del terrorismo filo-iraniano alza un muro invalicabile contro le richieste di disarmo, congelando di fatto le speranze di una svolta duratura nella regione.
La prima spallata arriva dal Libano. Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, storico alleato del movimento sciita Hezbollah e leader del Movimento sciita Amal, ha gelato le diplomazie internazionali dichiarando che l’accordo quadro siglato venerdì scorso a Washington sotto l’egida degli Stati Uniti «non sarà adottato né attuato nella sua forma attuale».
L’intesa, che mirava a raggiungere una “pace duratura” tra i due Paesi, scontava fin dal principio lo scoglio più duro: l’imposizione del disarmo delle milizie di Hezbollah. Un punto che Berri ha rispedito al mittente senza mezzi termini, definendo il testo una capitolazione: «Questo è un accordo basato su “diktat” e non un trattato che tuteli i diritti del Libano. Non garantisce le prerogative del nostro Paese e per questo non passerà.»
Scenario analogo, seppur con sfumature diverse, sul fronte palestinese. Alla vigilia della presentazione formale del piano di pace per la Striscia di Gaza da parte del mediatore Nikolay Mladenov al Cairo, Hamas ha annunciato un rifiuto «parziale, ma non totale» della proposta.
Il capo negoziatore della fazione palestinese, Khalil al Hague, presenterà una serie di emendamenti e osservazioni al documento dei mediatori per la prima fase del cessate il fuoco. Le priorità di Hamas restano vincolate a garanzie stringenti: l’ingresso di aiuti umanitari gestiti da Hamas, la fine delle ostilità e l’obbligo tassativo per Israele di adempiere ai punti della prima fase prima di poter accedere alla seconda.
Il vero nodo politico, tuttavia, resta di natura militare. Fonti interne al movimento hanno espresso totale fermezza nel respingere la clausola che subordina l’ingresso a Gaza del Comitato nazionale per l’amministrazione della Striscia alla consegna delle armi da parte delle fazioni palestinesi. «Collegare l’amministrazione civile al disarmo è un ricatto politico del tutto incompatibile con i termini originari dell’accordo», fanno sapere da Gaza.
Con le leadership di Hezbollah e Hamas arroccate sulla difesa dei propri arsenali militari, la strada per i mediatori internazionali si fa disperatamente in salita. La richiesta di una demilitarizzazione, considerata da Israele e Stati Uniti la conditio sine qua non per qualsiasi stabilità futura, viene percepita dalle controparti come una resa inaccettabile, rimandando ancora una volta l’ora della diplomazia.





