Monte dei Paschi, tutte le strade ripartono da Siena
Michele Taddei su Impress fa un’analisi della vicenda Monte dei Paschi. “Siamo ben attrezzati per il futuro. Ormai tutte le strade portano a Siena”. Le parole dell’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, sembrano andare oltre una semplice dichiarazione d’intenti e possono essere lo spunto per leggere una vicenda che supera i confini della città e persino quelli dell’Italia.
Tra antiche vie come la Francigena e nuove rotte della finanza europea, Siena torna al centro di una partita che intreccia politica, banche, interessi e rapporti internazionali. Le coincidenze sono evidenti, i protagonisti si avvicinano o osservano da lontano, mentre ogni indizio sembra condurre verso scenari più ampi di quanto possa apparire.
Quanto c’è di casuale e quanto di strategico in ciò che sta accadendo? Seguendo queste strade, proviamo a capire perché il destino di banca Monte dei Paschi di Siena potrebbe non essere già deciso come sembra e potrebbe correre lungo l’asse che unisce Roma, Parigi e Bruxelles.
Siete pronti per la lettura? E allora iniziamo.
“Siamo ben attrezzati per il futuro e, mi sento di dirlo, oramai tutte le strade portano a Siena”, aveva detto lo scorso 26 maggio l’ad di banca Mps, Luigi Lovaglio. Era reduce dal successo dell’acquisizione di Mediobanca e dalla recente assemblea dei soci che lo aveva rimesso al comando di Rocca Salimbeni.
Questa frase venne letta come buon presagio. La banca aveva perso i connotati di decotta, fallita, appestata. Era tornata ad essere “un gioiello” (definizione di Giorgia Meloni). Non erano ancora arrivate le proposte di Intesa San Paolo, “non concordata”, e di BPM alla pari, “non sollecitata”.
“Tutte le strade portano a Siena”, dunque. Chissà se Lovaglio si riferiva alla Siena Firenze che collega la città al capoluogo di regione (e al casello autostradale) i cui chilometri si iniziano a contare partendo proprio dalla città del Palio e non da quella del Giglio.
Antica via Francigena
Oppure se sapeva di quella strada, certo più antica, la Francigena che un tempo collegava il nord Europa a Roma e che attraversava proprio da Siena. Un pellegrino proveniente dall’Inghilterra, dalla Germania o anche dalla Franca che voleva andare alla città Santa doveva passare, volente o nolente, da porta Camollia. Per lui tutte le strade possibili per ottenere l’indulgenza papalina, soprattutto quelle più sicure, portavano a Siena.
“Siena, figlia della strada” (copyright Ernesto Sestan), del resto, è una di quelle definizioni che meglio spiegano lo sviluppo della città nel Medioevo. Del resto è anche merito della Francigena se si è andata formando nei secoli quell’Europa dei popoli che dal secondo Novecento stiamo provando, con grande fatica, a costruire. Anche nel settore bancario.
Dunque, aggrappandoci a questa definizione cara ai senesi, affacciamoci per capire chi passa dalla strada. Oppure chi non passa ma sembra osservare da lontano.
La prima è Giorgia Meloni
A lei si deve la definizione di Mps come di un “gioiello”. Non ricordiamo una sua visita in città negli ultimi tempi. Ma recentemente (17 giugno) si è espressa su Mps in questi termini: “Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena, che era un problema per l’Italia, sia diventata grazie al lavoro di questi anni un gioiello al quale molti ambiscono”. Ma quello che è più interessante è che lo ha detto al termine dei lavori del G7 a Evian, in Alta Savoia, ospite del presidente francese Macron. Un contesto internazionale; una strada internazionale per Monte dei Paschi di Siena.
Il secondo è stato Giancarlo Giorgetti
Il ministro delle Finanze ha detto che il Governo valuterà di uscire dalla compagine societaria di Mps, e in merito alla Opas di Intesa SanPaolo su Mps vede alcuni problemi, legati a concorrenza e desertificazione bancaria sui territori (concentrazione o concorrenza?). “Noi siamo neutrali – ha detto -. Però il Golden Power valuterà e in astratto può anche capitare di dover valutare se in quelle condizioni ci sono delle prescrizioni da fare”. La sua è una strada più nazionale. Quasi padana, avremmo detto qualche anno fa.
Però il ministro ha anche lanciato il dubbio che la concentrazione bancaria dà stabilità al sistema, lo consolida. Però va anche garantita la concorrenza sui territori. È un “tema di antitrust che nelle situazioni di aggregazione è sempre stato curato”. Giorgetti ha poi posto il dubbio se si tratti di competenza dell’Antitrust europea o italiana. Dunque, anche Giorgetti indica una possibile strada internazionale per la risoluzione di questa vicenda.
Proprio sabato scorso Intesa San Paolo ha comunicato di avere concluso il complesso iter di istanze di autorizzazioni che certe operazioni comportano, comprese quelle all’Antitrust europeo e a tutte le giurisdizioni internazionali dove operano “Mps, la controllata Mediobanca e Assicurazioni Generali”. L’acquisto di Mps è dunque faccenda internazionale.
Mario Draghi e Enrico Letta
Chi non ha parlato di Mps sono due ex presidenti del Consiglio italiano, Mario Draghi e Enrico Letta. Del primo sappiamo quali sono i suoi trascorsi anche con la banca senese, del secondo che passò proprio per la via senese per farsi eleggere nel 2021 al Parlamento. Era vacante il seggio lasciato da Pier Carlo Padoan, che aveva preferito diventare presidente di Unicredit. Padoan era stato catapultato a Siena dal Pd che qui volle eleggerlo, come in passato aveva fatto con altri politici nazionali quasi tutti interessati a temi bancari come Franco Bassanini e, più indietro nel tempo, come Giuliano Amato.
Dunque dicevamo di Draghi e Letta. Nessuno di loro, a quanto risulti, è passato di recente dalle strade senesi né ha parlato di Mps. Ma entrambi hanno prodotto rapporti puntuali e osannati, per conto della Commissione europea, in nome della sovranità europea nel contesto globale, in nome del mercato e competitività europea. Entrambi predicano la concentrazione, anche dei sistemi bancari, in nome di una concorrenza globale.
Veniamo alle coincidenze
Prima coincidenza. In questa situazione che si fa calda (non solo per il meteo), leggiamo con una certa curiosità la notizia che passerà dalle strade senesi l’ambasciatrice Elisabetta Belloni. Domani, martedì 30 giugno, in pieno clima paliesco, sarà in Rocca Salimbeni (sala San Donato) per parlare di “medie imprese italiane tra continuità e trasformazione”. Belloni è stata direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Presidenza del Consiglio, e lo scorso anno Chief Diplomatic Advisor del Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nel 2022, in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica era stata inclusa tra i possibili candidati, proposta in particolare da Lega e Movimento 5 Stelle. Il suo intervento in Rocca Salimbeni sarà particolarmente d’interesse per capire le aspettative delle medie imprese italiane, certo, ma anche i possibili scenari globali nel settore finanziario e bancario.
Seconda coincidenza. Dopo anni di scaramucce, la premier italiana Giorgia Meloni e il presidente francese Emanuel Macron sembra abbiano ritrovato un rinnovato afflato. La settimana scorsa sono stati protagonisti di un bilaterale ad Antibes in Costa Azzurra. I due sono tornati a parlarsi e condividere, forse, certe strategie. “Francia e Italia sono partner naturali e indispensabili”, ha detto il francese. “Senza Italia e Francia l’Europa e l’Occidente non sarebbero quello che sono”, ha ribadito la premier italiana.
Il Trattato del Quirinale
Le fonti ufficiali dicono che il bilaterale tra Roma e Parigi aveva in agenda una “rilevanza strategica” sui principali dossier, dalla sicurezza continentale alla gestione delle crisi regionali. Ma chissà che i due non abbiano rispolverato quel Trattato del Quirinale del 2021 (Draghi premier), entrato in vigore nel 2023, un unicum di questi tempi. Un trattato nel quale oltre a ribadire gli storici legami tra i due paesi, per la prima volta nella storia recente i due paesi creavano una loro struttura di cooperazione, con vertici intergovernativi bilaterali e un coordinamento interministeriale su tante materie.
In Francia operano oltre 2.000 aziende italiane. Non contiamo quelle francesi in Italia, soprattutto in alcuni settori quali ad esempio la moda.
Strade francesi in Toscana
In Toscana sono oltre un centinaio le aziende transalpine che operano, dalla moda al food al beverage. Céline, leader nel settore della pelletteria, da 10 anni ha aperto un suo centro di produzione nel Chianti; dal 1999 i francesi del colosso Suez gestiscono Nuove Acque per il servizio idrico integrato nell’A.T.O. (Ambito Territoriale Ottimale) n. 4 Alto Valdarno, mentre RATP Dev è interamente proprietaria di Autolinee Toscane che gestisce in concessione la rete del trasporto pubblico regionale, urbano e extraurbano, nonché la tramvia di Firenze.
Nel settore finanziario, BNP Paribas è proprietaria di Findomestic, istituto di credito specializzato nel credito alle famiglie nato a Firenze nel 1984 per volontà dell’allora Cassa di Risparmio. I francesi l’hanno acquisito nel 2009 e la sede l’hanno lasciata in viale della Toscana a Novoli.
Le strade toscane sono così trafficate dalle aziende e dagli interessi francesi che nel 2004 il Tour de France partì proprio da Firenze.
Interessi italo francesi
Dalla fusione di grandi gruppi italiani e francesi sono nati players industriali in settori strategici del mercato europeo e globale come Stellantis e Essilor Luxottica. Quest’ultima con qualche interesse diretto, tramite la finanziaria di famiglia Delfin, anche nelle faccende che qui trattiamo. Delfin è il principale azionista di banca Mps (17,5%) ma è anche socio di peso dentro Generali (10,1%), il vero obiettivo della partita in corso tra Intesa e Mps. Leonardo Maria del Vecchio vuole il controllo sulla Delfin rispetto ai fratelli, e per questo ha chiesto un prestito da 10 miliardi a Unicredit ma anche a due banche, guarda caso, francesi, BNP Paribas e Credit Agricole. Quest’ultima, in Italia, è socia di BPM, salendo recentemente al 29,9% della compagine societaria, ed è favorevole alla proposta “non sollecitata” su Mps.
Chissà che Giorgia e Emanuel non abbiano parlato anche di questo, magari off the records, come si dice. E dunque del destino di Mps. Un destino che potrebbe risultare molto, troppo, domestico se finisse in Intesa San Paolo.
“Tutte le strade portano a Siena”
Così aveva detto Luigi Lovaglio prima che scoppiasse il nuovo risiko. Negli anni Sessanta del Novecento fu proprio il Monte dei Paschi di Siena a togliere la città dall’isolamento cui l’aveva costretta il Governo democristiano di Roma (la celebre “curva Fanfani” che aveva dirottato ad Arezzo l’Autostrada del Sole). Ci vollero un presidente e un provveditore della banca a finanziare il progetto dell’Autopalio ché ripristinasse gli antichi collegamenti della città con il resto del mondo. A condizione però che i chilometri si contassero da Camollia.
Oggi, con un certo grado di certezza, possiamo dire che l’operazione che vede Mps al centro è una faccenda che passa da strade europee. Magari non proprio lungo l’asse dell’antica via Francigena. Ma certamente su strade che in qualche modo connettono Roma con Parigi e quindi Siena, magari con la benedizione di Bruxelles. Alcuni segnali e coincidenze sembrano andare nella direzione di strade sempre più internazionali. Ragioniamoci ancora sopra.





