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La centrale di Hamas in Turchia, un filo che unisce Istanbul alle colline della Cisgiordania

Ariel Piccini Warschauer.

C’è una linea invisibile ma robustissima che unisce i vicoli di Istanbul alle colline della Cisgiordania. Una direttrice lungo la quale viaggiano ordini, canali di finanziamento clandestini per decine di milioni di dollari e istruzioni precise per assemblare ordigni esplosivi. A mapparne i contorni è lo Shin Bet, l’intelligence interna israeliana, che ha rivelato di aver sventato nell’ultimo anno «decine» di attentati pianificati da cellule terroriste di Hamas. Attacchi che non sono nati nei territori palestinesi, ma che sono stati concepiti, finanziati e guidati da remoto. Dalla Turchia.

Non è una novità che la Turchia di Erdogan garantisca un santuario dí impunità politica ai vertici di Hamas, ma i dettagli emersi dall’ultimo rapporto della sicurezza israeliana descrivono qualcosa di più profondo di una semplice ospitalità diplomatica. Si parla di un vero e proprio quartier generale offshore avanzato.

Negli anni, e con un’intensità che gli analisti definiscono «crescente», questa struttura ha operato su tre direttrici principali. In primo luogo, il reclutamento, attraverso l’individuazione e l’aggancio di giovani militanti in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). In secondo luogo, la logistica, con il trasferimento di armi e canali di finanziamento sofisticati, spesso schermati da attività commerciali legittime o transazioni informali. Infine, la pianificazione vera e propria, con lo studio di obiettivi sensibili in territorio israeliano e nei Territori.

Secondo quanto comunicato esplicitamente dallo Shin Bet, questi associati hanno condotto e portato avanti estese attività militari, trasferendo fondi e armi, evidenziando come la minaccia si sia fatta via via più strutturata.

L’intelligence di Tel Aviv ha fatto anche i nomi, uscendo dal cono d’ombra del segreto militare per lanciare un preciso segnale politico. Il capo della cellula di terroristi palestinesi è stato identificato in Zaher Jabarin, funzionario di base a Istanbul e figura ben nota ai servizi d’intelligence occidentali, che gestisce da tempo l’impero finanziario della fazione e i rapporti con i finanziatori esterni, in particolare con l’Iran e il Qatar. Ad affiancarlo sul piano operativo c’è Ayman Abu Khalil, che dirige l’ala militare per il West Bank direttamente dalla Turchia: è lui l’uomo della tattica, colui che mantiene i fili operativi con i network locali ed emissari dei servizi turchi. 

Per Israele, la pubblicazione di questi dati rappresenta l’ennesima accusa formale contro la tolleranza di Ankara nei confronti dell’apparato militare di Hamas. La Turchia ha sempre respinto le accuse di ospitare terroristi, definendo Hamas un movimento di liberazione nazionale, ma la presenza di figure operative capaci di innescare l’escalation in Cisgiordania rischia di irrigidire ulteriormente i già tesi rapporti diplomatici tra lo Stato ebraico e il governo turco.

Mentre sul terreno lo Shin Bet rivendica il successo della prevenzione, la “guerra” tra i servizi israeliani e la dirigenza esterna di Hamas continua, spostando il baricentro dello scontro ben oltre i confini del Medio Oriente tradizionale.

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