L’icona, il Pride e il murale della verità che sconvolge via San Giovanni in Laterano
Ariel Piccini Warschauer.
Una Vespa, il sorriso senza tempo di Audrey Hepburn e la bandiera arcobaleno che garrisce al vento fiera. Fin qui, sembrerebbe la perfetta cartolina di una giornata di festa, quella del Roma Pride 2026. Ma basta spostare lo sguardo di pochi centimetri, sul sellino anteriore, per veder crollare l’idillio e scontrarsi con la realtà più cruda: alla guida dello scooter non c’è il rassicurante Gregory Peck di Vacanze Romane, ma un terrorista di Hamas con il volto coperto e il mitra a tracolla.
L’opera, intitolata provocatoriamente Roman Pride, porta la firma dell’artista pop contemporaneo aleXsandro Palombo ed è apparsa in via San Giovanni in Laterano, nel cuore pulsante della Gay Street capitolina. Un tempismo che non è un caso, ma una scudisciata mirata al cuore di un certo cortocircuito ideologico.
L’opera di Palombo arriva come un fulmine a ciel sereno, ma soprattutto come una dolorosa risposta ai recenti e vergognosi fatti di Bologna, dove cittadini israeliani, ebrei e persino dissidenti iraniani sono stati contestati, insultati e letteralmente cacciati dal Pride locale. Un’esclusione perpetrata in nome di una presunta “inclusività” che, ormai troppo spesso, si trasforma in intolleranza cieca nei confronti degli ebrei.
Attraverso il linguaggio sferzante della satira, Palombo mette a nudo il più grande paradosso del progressismo contemporaneo: il legame contro natura tra i movimenti LGBTQ+ occidentali e le simpatie, più o meno esplicite, per le sigle del fondamentalismo islamico, che a casa loro i gay li lapidano o li scaraventano dai tetti dei palazzi. Accostare Audrey Hepburn – simbolo di libertà, eleganza e diritti – a un terrorista di Hamas non è solo una provocazione visiva, è uno specchio rigido posto davanti agli occhi di chi sfila. Hamas, giova ricordarlo a chi finge di dimenticarlo tra i fumi dei carri allegorici, è un’organizzazione criminale che nei territori che controlla reprime l’omosessualità con la prigione, la tortura e le esecuzioni sommarie. “Quando qualcuno viene discriminato, attaccato o escluso per la propria identità da uno spazio nato per difendere i diritti, non è soltanto quella persona o quella comunità a essere colpita,” ha dichiarato l’artista, commentando la nascita del murale. “Ogni volta che l’inclusione lascia spazio all’esclusione, si restringono gli spazi di libertà per tutti.”
Il cuore della riflessione di Palombo, e l’allarme che l’opinione pubblica non può più ignorare, riguarda la spaventosa normalizzazione dell’antisemitismo all’interno di contesti che storicamente si sono definiti inclusivi e progressisti. Le piazze dei diritti si stanno trasformando, un murales alla volta è un cartello alla volta, in zone franche dove l’odio per Israele diventa odio per l’ebreo in quanto tale, portando all’espulsione fisica di chi non si allinea al pensiero unico della tifoseria geopolitica filo Hamas o filo ayatollah.
Con Roman Pride, l’artista lancia un monito che risuona come un severo esame di coscienza per tutta la galassia progressista. Quanto sono davvero solide le conquiste civili dell’Occidente se, per difenderle, ci si allea idealmente con chi quelle stesse conquiste le vorrebbe spazzare via dal mappamondo?
Il murale di via San Giovanni in Laterano costringe a guardare in faccia la realtà. La Vespa della libertà non può viaggiare con il freno a mano tirato dall’estremismo. Chi accetta il terrorista sul sellino, prima o poi, sarà costretto a scendere. E a quel punto, non ci sarà più nessuna bandiera arcobaleno da sventolare.





