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Il generale Vannacci marcia su Roma e mette paura al centrodestra

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un sole che non perdona sulla via della Conciliazione, a due passi da San Pietro, ma la vera temperatura infuocata la si misura dentro l’Auditorium. Duemila persone, camicie bianche d’ordinanza e un entusiasmo palpabile che arriva soprattutto dai quadri territoriali del Sud. È il giorno di Roberto Vannacci, il battesimo formale di “Futuro Nazionale”, il movimento che il generale ha plasmato a sua immagine e somiglianza e che molti, a destra, guardano con un misto di curiosità e inevitabile calcolo politico.

Vannacci sa come toccare le corde giuste del suo popolo. Usa la retorica della trincea, quella della minoranza che sfida l’establishment e che galvanizza una platea in delirio: «Noi rappresentiamo lo scarto, la feccia, e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e ne siamo fierissimi». Cita la preghiera dei paracadutisti francesi («il resto lo conquisteremo da soli»), commuove la platea, e poi passa all’attacco. Perché il bersaglio del generale, più che la sinistra, sembra essere l’attuale perimetro del centrodestra. Un avviso ai naviganti della maggioranza di governo che suona quasi come un ultimatum: «O con noi, guardiani del sovranismo e della cittadinanza, o con la Von der Leyen, Draghi, le multinazionali e il globalismo». Ce n’è per tutti: da Antonio Tajani, accusato di aver votato a favore di maggiori stanziamenti per l’Ue, fino a una difesa (che fa discutere) del grillino Silvestri sulla polemica delle «ginocchiere» utilizzate da Giorgia Meloni nei consessi internazionali. Per il generale, nessuna sfumatura sessista, ma una normale dinamica politica. E poi il piatto forte, l’immigrazione: la parola d’ordine è “remigrazione” per mezzo milione di clandestini, con il claim gridato alla platea: «L’Italia agli italiani».

Fin qui la cronaca di un successo di partecipazione che nessuno può negare. Vannacci riempie i teatri, buca lo schermo e, sondaggi alla mano (con il movimento dato già oltre il 4%), dimostra di intercettare un sentimento reale, profondo, di una parte di elettorato che chiede più fermezza sui confini e meno compromessi con Bruxelles.

Il problema però è un altro, ed è squisitamente politico. Quando i cronisti lo incalzano sulle alleanze future, il generale si barrica dietro un «non ho detto la parola mai» e rivendica di aver invitato gli altri leader del centrodestra (invito caduto nel vuoto). Ma la politica, specialmente quella che punta a governare una nazione complessa, non si fa con l’orgoglio dell’isolamento o paragonando le proposte di legge sulla remigrazione a un’ottima matriciana («quando è buona non ti interessa cosa pensa il cameriere», ha liquidato così i cortei di Casapound a pochi metri di distanza).

La vera domanda che Futuro Nazionale deve porsi non è se il centrodestra sia abbastanza “puro” per viaggiare al suo fianco, ma se la frammentazione giovi davvero alla causa della destra italiana.

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Bocciata per le troppe assenze ma è

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