Storia della seta, verso il declino
Roberto Pizzi.
Sul finire del ‘400 l’economia europea cambiò: le grandi scoperte geografiche aprirono scenari prima impensabili, la Riforma protestante coinvolse anche la Stato di Lucca, che venne definito “infetto” e molte famiglie importanti, che avevano aderito alle nuove idee religiose, abbandonarono la Penisola. Tra il 1494 e il 1538 i Cavalieri dell’Apocalisse si abbatterono sull’Italia, divenutacampo di battaglia di un conflitto internazionale fra spagnoli, francesi e germanici. Con la guerra vennero le carestie, le epidemie, le distruzioni del capitale e le interruzioni dei traffici.
Per la secolare attività economica dei lucchesi sorgevano problemi e impedimenti che avrebbero prodotto gravi conseguenze. La concorrenza dei produttori esteri fece crollare i margini di profitto, provocando il drastico calo della produzione. L’industria uscì stremata dalla crisi, specialmente nel lavoro del telaio.
Gran parte delle attività – a causa della legge “martiniana” del 1556 – si era concentrata nelle mani di poche decine di famiglie lucchesi, le quali dopo una ribellione popolare nota come la “rivolta degli Straccioni” (1531 – 1532), legata alla crisi della seta, detenevano anche il potere politico.Cessava così la partecipazione alla gestione dello stato di quei ceti subalterni che erano stati alle origini della prosperità cittadina dei secoli passati. Tema di rinnovata attualità nella società occidentale, che fa rivolgere l’attenzione ai temi della “democrazia” e dell’”oligarchia”, riportandoci a quanto scriveva lo scrittore senese Claudio Tolomei, nel lontano 21 gennaio 1531: in ogni repubblica, seppur grande, in ogni Stato, anche popolare, è raro che più di cinquanta cittadini salgano ai posti di comando. Né in Atene né in Roma, né a Venezia né a Lucca, i cittadini che governano lo Stato sono numerosi, benché si reggano queste terre sotto nome di repubblica.
Non abbandonando la passione dei commerci e delle industrie, i magnati lucchesi rimasti nello Stato iniziarono, allora, ad investire nella terra e nel settore immobiliare, dando il via ad una fioritura di palazzi cittadini e di splendide ville suburbane, nel contado. Ma ancora a metà del 1500 le loro sete erano sui mercati italiani di Ancona, Barletta, Bari, Cosenza, Ferrara, Genova, Messina, Napoli, Palermo, Taranto, Venezia. Come lo erano ancora in Francia: ad Arles, Bordeaux, Lione, Marsiglia, Narbonne, Parigi; in Germania (Norimberga); nei Paesi Bassi (Anversa e poi Bruges), in Portogallo (Lisbona), in Spagna (Cadice e Siviglia), in Svizzera e nella Turchia di Solimano il Magnifico, con il quale la Repubblica di Lucca cercava accordi per ampliare i propri commerci, per evitare le incursioni dei pirati sulla costa della Versilia, ed anche per avere un forte alleato contro le mire espansionistiche fiorentine che interessavano il suo territorio. Ancora alla fine del ‘500 la mercatura lucchese aveva dimensioni rispettabili e manteneva una sua vitalità, specialmente sui mercati tedeschi. Nel 1531, quando avvenne la “rivolta degli Straccioni”, 3000 telai davano lavoro ancora a circa 12.000 persone. La trasformazione dell’industria serica in nuove attività industriali e rurali non capovolse immediatamente i valori economici della città, perché il commercio dei drappi continuò fino al 1700, anche se non più proficuamente come prima. I signori tentarono di salvare il commercio, adottando una sorta di dumping (ossia, vendendo all’estero a prezzi inferiori ai costi) per fronteggiare la concorrenza sempre più agguerrita. Sommando alle perdite sulle vendite le crescenti spese di trasporto, si verificò il crollo, coi disastrosi fallimenti dei Buonvisi a Lione, nel 1629; dei Bottini a Norimberga, nel 1621, ai quali ne seguirono altri (i Sanminiati a Genova, i Menocchi, a Livorno). Dal 1585 al 1645 chiusero a Lucca 88 negozi di seta. Al commercio, intanto, si era accompagnato lo sviluppo dell’attività finanziaria la quale vedeva la presenza qualificata dei lucchesi alle più importanti fiere europee dei cambi. Ma verso la metà del primo decennio del 1600 si manifestano i segni del decadimento complessivo, che poi avrebbero portato al clamoroso default di quelle compagnie mercantili già citate, fino ad allora ritenute solidissime. Per tutto il XVII secolo la vita si svolse con varie difficoltà anche se la lavorazione della seta continuò, pur riducendosi di volume. Il peso della crisi ricadde sulla classe artigianale cittadina, che traeva dall’arte serica la principale fonte di sussistenza, nonostante i tentativi del Governo della Repubblica di tamponare la disoccupazione, incoraggiando la lavorazione della lana e ordinando lavori edilizi straordinari, fra questi la imponente costruzione delle Mura. Notevole fu lo sforzo economico: anche se Lucca non intervenne direttamente nelle guerre del secolo, dovette farsi carico di forti spese militari, per la lotta contro gli Estensi; per prepararsi la difesa da Firenze; per le contribuzioni alle spese militari dell’Impero. Ad aggravare ancora di più la situazione vi era stata, poi, la peste del 1630-31, che provocò il decesso del 38% della popolazione cittadina in 10 mesi.Tuttavia le enormi riserve accumulate permisero la tenuta della struttura economica della Repubblica, grazie – come già detto – alla riconversione dei capitali negli investimenti immobiliari e fondiari con un sostanziale tenuta della produzione agricola (basata sulla mezzadria nelle colline e sulle enfiteusi, in pianura) e con una trasformazione della vecchia borghesia mercantile lucchese, come alcuni studiosi affermarono, in una sorta di patriziato neo feudale.
Nel 1713 i negozi di Lucca erano 32; nel 1767, 15. La seta si era esaurita e l’agricoltura era divenuta la principale fonte di ricchezza. Un altro grave colpo ai commerci venne dal terremoto di Lisbona (1755), che distrusse buona parte della città, del quale ci ha lasciato testimonianza anche Voltaire nel suo acuto racconto “Candido o l’ottimismo”. Che questo non fosse il miglior mondo possibile dove tutto andava per il meglio ebbero contezza anche i mercanti lucchesi, dato che il cataclisma provocò la perdita delle loro merci giacenti nei magazzini della capitale lusitana. Poi vi furono le misure protezionistiche nella Prussia e nelle altre regioni tedesche (specialmente ad Amburgo, dove vari erano i corrispondenti commerciali dei lucchesi), contro le importazioni di drapperie forestiere. Si cercarono, allora, nuovi sbocchi in Spagna, Russia, Turchia e anche in America, ma la disciplina statale dell’industria poneva ancora i vecchi vincoli, con il monopolio di Stato introdotto anche per la cuoieria, e per la lana. Non era ancora nata una borghesia industriale ed una complementare classe operaia; inoltre le classi più basse non avevano grossi stimoli di rivendicazione, in quanto la piccola, o piccolissima proprietà (orti, una casa pur che fosse) era estesa anche a loro. Tutto sommato, pochi i poverissimi. Ed anche le finanze dello stato non erano in condizioni disastrose rispetto al debito pubblico. Negli anni tra il 1770 e 1780 la gamma della produzione di seta si era concentrata solo sulla produzione di damaschi, ermesini, velluti e broccatelli, sempre di alta qualità, perché si era deciso di puntare sulla perfezione del lavoro. Ma il punto più basso fu raggiunto sotto i francesi, nel 1805-1806, parzialmente corretto da Elisa, principessa di Lucca, che cercò di dare nuovo impulso al settore istituendo una scuola Normale della seta, e incentivando la nascita di filande per la lavorazione dei bozzoli. Anche i Borboni, che si installarono a Lucca con la Restaurazione, provarono ad incentivare la ripresa, ma vanamente, perché nel frattempo, era avvenuta un storica emigrazione di molti lavoratori.





