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L’uomo che ha trasformato il Mossad in una macchina da guerra totale

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un prima e un dopo David Barnea nella storia del Mossad. Martedì scorso, concludendo il suo mandato quinquennale al vertice del servizio segreto più famoso del mondo, l’ormai ex direttore ha lasciato in eredità un’agenzia profondamente mutata. Sotto la sua guida, l’istituto è passato dal compiere operazioni chirurgiche e isolate nell’ombra a diventare un vero e proprio “attore” geopolitico, un colosso militare e d’intelligence capace di influenzare e gestire contemporaneamente l’andamento di più fronti bellici in Medio Oriente.

Il bilancio della sua gestione, ricostruito attraverso conversazioni esclusive con alti funzionari della sicurezza israeliana (e autorizzato dalla censura militare), rivela non solo i dettagli di operazioni finora inedite, ma anche i retroscena di duri scontri diplomatici sull’asse Tel Aviv-Washington.

Tutti ricordano il 27 settembre 2024, quando 85 bombe sganciate dai caccia F-15I dell’aviazione israeliana rasero al suolo il quartier generale sotterraneo di Hezbollah a Beirut, uccidendo il leader storico Hassan Nasrallah. Dietro quel successo militare, tuttavia, si nascondeva un network umano insospettabile.

Per la prima volta è possibile rivelare che la rete di intelligence che ha permesso di tracciare Nasrallah minuto per minuto non era composta da agenti israeliani infiltrati, bensì da operativi locali libanesi reclutati dal Mossad. “Persone speciali, con il cuore di un leone”, le avrebbe definite lo stesso Barnea.

Il compito di questi agenti era al limite del suicidio. Spesso dovevano infiltrarsi nelle aree di Beirut appena colpite dai raid israeliani, muovendosi tra fumo, macerie e fiamme, sia per effettuare la valutazione dei danni (BDA) sia per posizionare i dispositivi di tracciamento che avrebbero poi guidato le bombe su Nasrallah. Nel 2025, per queste operazioni, il network ha ricevuto il Premio Israele per l’intelligence, sebbene le identità degli agenti rimangano coperte dal più assoluto segreto di Stato.

Il capitolo più ambizioso – e controverso – della dottrina Barnea riguarda però il tentativo di provocare il collasso della Repubblica Islamica dell’Iran sfruttando una forza di terra già pronta e collaudata: i curdi.

L’idea, ispirata alle operazioni statunitensi del 2003 contro Saddam Hussein, prevedeva l’attivazione di milizie curde (sia irachene che iraniane, tra cui figure storiche come Massoud Barzani) per una massiccia avanzata di terra contro il regime di Teheran. Israele aveva preparato tutto: un enorme arsenale di armi (in gran parte sequestrate a Hamas a Gaza e a Hezbollah in Libano) e la promessa di una totale copertura aerea israeliana con tanto di “no-fly zone”.

Il piano è però naufragato a causa di un veto geopolitico. Le fonti indicano che il Presidente USA Donald Trump avrebbe bloccato l’operazione sotto ricatto turco. Secondo i retroscena interni all’intelligence israeliana, l’opposizione formale sarebbe arrivata da Ankara, ma l’anello debole è stato individuato a Washington.

Alti funzionari israeliani accusano esplicitamente ambienti vicini alla Casa Bianca – e in particolare il Vicepresidente JD Vance, da sempre scettico sulla guerra contro l’Iran – di aver deliberatamente fatto trapelare i dettagli del piano al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, permettendogli di intervenire su Trump prima che l’attacco curdo potesse scattare.

Nonostante lo stop alla grande offensiva terrestre (della quale l’aviazione israeliana ha eseguito solo il 10% dei raid preparatori previsti), Barnea resta convinto che i giorni della teocrazia sciita siano contati, a patto che Washington non ceda.

In un colloquio in videoconferenza con Trump avvenuto il 12 febbraio scorso, Barnea ha esposto la sua analisi: il regime iraniano è strutturalmente scosso, ma il suo crollo definitivo richiederà tempo, stimabile in circa un anno dalla fine delle ostilità aperte.

La strategia dell’ex capo del Mossad per il futuro si basa su un bivio chiarissimo per l’amministrazione americana: Se Trump manterrà la linea dura, conservando il blocco navale nello Stretto di Hormuz e la massima pressione sanzionatoria e diplomatica, il regime collasserà sotto il peso dell’isolamento e delle rivolte interne delle minoranze (curdi, sunniti, beluci). Se Washington allenterà la presa, una revoca prematura delle sanzioni inonderebbe nuovamente Teheran di miliardi di dollari. In quel caso, i fondi tornerebbero a fluire verso la popolazione e l’apparato militare nel giro di due anni, stabilizzando il regime e rendendo obsoleti tutti i piani finora elaborati da CIA e Mossad.

Barnea lascia il quartier generale di Glilot lasciando un’agenzia che ha ridisegnato i confini del potere mediorientale. Ma la partita per il futuro della regione, adesso, si sposta interamente nelle stanze dello Studio Ovale.

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