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Il profeta del terrore in Brianza prova a sminuire le minacce davanti al giudice

Ariel Piccini Warschauer.

La strategia difensiva è quella, ormai collaudata da anni di inchieste sull’estremismo islamico, del “passavo di qui per caso”. Ma quando sul tavolo dei magistrati ci sono video di decapitazioni in alta definizione, manuali per costruire bombe artigianali e documenti inneggianti allo Stato Islamico, la scusa dei social usati per mera “distrazione” si scioglie come neve al sole. Il ventunenne di origine marocchina, fermato in Brianza dagli uomini della Digos con l’accusa pesantissima di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione a delinquere, ha provato a giocare la carta dell’ingenuo davanti al gip del Tribunale di Milano durante l’interrogatorio di garanzia.

«Volevo solo fare divulgazione, il terrorismo non c’entra nulla con me», ha tagliato corto il giovane assistito dal suo legale. Una tesi bizzarra, quasi surreale, secondo cui il materiale d’area jihadista di cui era in possesso e che diffondeva attivamente attraverso canali blindati in rete non sarebbe stato il preludio a un’azione violenta, ma una sorta di rassegna stampa geopolitica per contatti virtuali. Una spiegazione che però si scontra frontalmente con la realtà documentata dagli investigatori.

Il monitoraggio della Procura di Milano (coordinata con fermezza dal procuratore capo Marcello Viola e dal pubblico ministero Alessandro Gobbis) racconta infatti una storia decisamente diversa e molto più inquietante. Quella di una radicalizzazione lampo, avvenuta interamente sul web nel giro di pochissimi mesi, che dalle parole d’odio stava purtroppo per passare ai fatti concreti. Nelle intercettazioni telematiche finite agli atti, infatti, il ragazzo si diceva esplicitamente «pronto a colpire», citando i recenti fatti di Modena, dove un’auto ha travolto i passanti. Interrogato sul punto, il 21enne ha tentato di sgonfiare il caso: ha assicurato di sapere che Modena non era un attentato e che la sua era solo una «provocazione estemporanea». Una spacconata da tastiera, insomma, per fare il gradasso nelle chat dei fedeli della jihad.

I magistrati milanesi, però, non hanno alcuna intenzione di sottovalutare i deliri dei cosiddetti “lupi solitari”, pedine imprevedibili che la propaganda islamista riesce ad attivare a distanza, trasformando la frustrazione in furia cieca. A far scattare il fermo d’urgenza è stato anche un dato cronologico che ha tolto il sonno agli inquirenti: il giovane aveva già in mano un biglietto aereo per il Marocco con partenza fissata per il 9 giugno. Un potenziale e imminente pericolo di fuga, o peggio, il segnale di un’azione dimostrativa da compiere sul territorio italiano prima di far perdere definitivamente le proprie tracce all’estero. La giustificazione fornita dal ragazzo? «Andavo solo a dare un esame all’università».

La Procura non ha creduto alla favola dello studente modello con l’hobby del materiale dell’Isis e ha chiesto la convalida del fermo e la massima misura cautelare in carcere. In Brianza l’allarme resta altissimo: la sicurezza dei cittadini non può essere messa a rischio dalle scuse banali di un presunto “divulgatore” del terrore.

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