Minacce, ricatti e bandiere di Hezbollah, così l’Iran reprime i dissidenti in casa nostra
Ariel Piccini Warschauer.
La cellula terroristica affiliata al regime di Teheran e recentemente individuata a Milano non è che la punta di un iceberg inquietante. Dietro le quinte della nostra sicurezza nazionale, si consuma una guerra silenziosa che vede come bersaglio la comunità dei dissidenti iraniani in Italia. Una repressione che ha superato da tempo i confini del Medio Oriente per installarsi nel cuore dell’Europa, Italia compresa. A denunciarlo con forza è Rayhane Tabrizi, voce della dissidenza, che squarcia il velo di ipocrisia su una realtà fatta di intimidazioni, minacce e ricatti che avvengono nelle nostre città, sotto gli occhi di istituzioni spesso troppo distratte e incerte da farsi.
Per chi ha avuto il coraggio di voltare le spalle alla teocrazia degli Ayatollah e cercare la libertà in Italia, la quotidianità è diventata un incubo: Telefonate anonime, campagne di diffamazione digitale e minacce faccia a faccia nelle piazze italiane durante le manifestazioni. Nei cortei compaiono sempre più spesso le bandiere della Repubblica Islamica intrecciate a quelle di Hezbollah, senza che vi sia una reazione ferma da parte delle autorità locali.
Passaporti bloccati, documenti negati e, da ultimo, la minaccia della confisca dei beni in Iran per chiunque osi protestare all’estero. Una ritorsione che colpisce persone che oggi sono, a tutti gli effetti, cittadini italiani ed europei. «Non siamo semplicemente “iraniani all’estero”, ma cittadini europei bersagliati da un regime straniero. Eppure, lo Stato italiano non risponde con la fermezza necessaria», accusa Tabrizi sulle pagine del Riformista. Una debolezza imperdonabile, specialmente se si considera che l’ambasciatore di Teheran a Roma continua a definire l’Italia un Paese «amico». Un’attestazione di stima che, alla luce dei fatti, suona decisamente sinistra.
Il fulcro di questa rete di controllo geopolitico si annida in strutture insospettabili. A Milano e a Roma, la presenza di centri culturali e religiosi legati a doppio filo con la Repubblica Islamica dell’Iran solleva enormi interrogativi. Presentati come luoghi di aggregazione e spiritualità, per i dissidenti si tratta in realtà di avamposti di osservazione, pressione e isolamento politico. Centri di influenza che rispondono indirettamente ai Pasdaran (l’Irgc), il corpo dei guardiani della rivoluzione ufficialmente inserito dall’Unione Europea nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Com’è possibile tollerare che una struttura terroristica riconosciuta dalla UE possa muovere i propri fili sul nostro territorio nazionale? Permettere l’esibizione pubblica dei simboli di quel regime, mentre l’Occidente dichiara di voler combattere il terrorismo islamico, rappresenta una contraddizione politica e morale inaccettabile.
La sicurezza strisciante dei nostri confini non è un dossier astratto di politica estera. È una questione di sovranità nazionale e di tutela dei nostri cittadini. Il governo e gli apparati di sicurezza non possono più permettersi di ignorare il grido d’allarme di chi è fuggito dal terrore e oggi se lo ritrova sotto casa. Voltarsi dall’altra parte significa essere complici di Teheran.





