Un dossier di UN Watch svela il grande inganno del Palazzo di Vetro
Ariel Piccini Warschauer.
Era il novembre del 2006 quando l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, definì il sistema dei relatori speciali «il gioiello più prezioso del sistema Onu per i diritti umani». Vent’anni dopo, quel gioiello si è trasformato in bigiotteria di latta. Anzi, peggio: in uno strumento ideologico arrugginito da ipocrisia, finanziamenti opachi e da una viscerale antipatia per le democrazie liberali.
A scoperchiare il vaso di Pandora è il dirompente rapporto “From Watchdogs to Ideologues” (Da cani da guardia a ideologi), pubblicato da UN Watch, l’organizzazione indipendente che vigila sul Palazzo di Vetro. Il documento smantella pezzo dopo pezzo l’autorità morale dei 59 mandati delle “procedure speciali” del Consiglio per i diritti umani di Ginevra, dimostrando come molti di questi super-esperti abbiano in realtà tradito la missione originaria: non sono più i guardiani degli oppressi, ma le voci indulgenti delle autocrazie globali.
Il meccanismo è tanto sottile quanto efficace. Ai relatori speciali viene concessa una piattaforma globale: comunicati stampa con il bollino delle Nazioni Unite, conferenze, rapporti ufficiali che finiscono per orientare media, università, governi e persino tribunali internazionali. Peccato che, dati alla mano, la lente d’ingrandimento di questi “giudici” sia clamorosamente strabica.
Il caso più emblematico descritto nel rapporto è quello di Alena Douhan, relatrice speciale sulle misure coercitive unilaterali (ovvero le sanzioni). Secondo UN Watch, la Douhan ha sistematicamente attribuito le devastanti crisi economiche e umanitarie di Paesi autoritari alle sanzioni occidentali, cancellando con un colpo di spugna le vere cause interne: corruzione, peculato, repressione politica e sistematica cattiva gestione economica. Le sue missioni ufficiali? Cina, Russia, Siria, Venezuela, Zimbabwe, Cuba e Iran. Il risultato? Rapporti sempre benevoli verso i regimi ospitanti. Il dettaglio non trascurabile? Il suo mandato avrebbe ricevuto finanziamenti diretti proprio da Cina, Russia e Qatar.
La Douhan non è un caso isolato. Irene Khan, relatrice sulla libertà di espressione scelta da un panel guidato da Pechino, brilla per il suo silenzio quasi totale sulle repressioni sistematiche in Cina, Cuba, Eritrea, Nicaragua e Corea del Nord. In compenso, prima della nomina, non ha risparmiato lodi pubbliche e peana alla “Via della Seta” cinese.
Seguendo la scia del denaro e delle relazioni politiche, il rapporto traccia una mappa della penetrazione geopolitica all’interno dell’Onu:
Ben Saul (diritti umani nella lotta al terrorismo): il suo mandato beneficerebbe di fondi provenienti dalla Cina.
Balakrishnan Rajagopal (diritto alla casa): ignora le violazioni edilizie e sociali di Pechino, Mosca e Teheran, ma definisce gli Stati Uniti un “rogue state” (Stato canaglia) e una “minaccia globale alla pace”.
Michael Fakhri: ha scelto il Venezuela di Maduro come unico viaggio ufficiale del suo mandato, trasformandolo in una passerella per attaccare l’Occidente.
George Katrougalos (ordine internazionale democratico ed equo): volato all’Avana per incontrare il dittatore cubano Miguel Díaz-Canel, ha descritto il diritto internazionale come uno “strumento di colonialismo occidentale”, promuovendo riforme per ridurre il peso politico delle democrazie liberali.
Reem Alsalem, relatrice speciale sulla violenza contro le donne, ha ricevuto finanziamenti proprio dall’Arabia Saudita, notoriamente ai vertici globali per la compressione dei diritti femminili.
Non manca la consueta, ossessiva retorica anti-israeliana che ormai infetta ogni corridoio delle Nazioni Unite. Il rapporto menziona Margaret Satterthwaite(indipendenza di giudici e avvocati), i cui finanziamenti arriverebbero da fondi con una chiara agenda anti-Israele, e Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale sul diritto alla salute. Quest’ultima, nota per la sua retorica radicale e le simpatie castristhe, ha superato i confini della diplomazia istituzionale rivolgendosi direttamente al premier israeliano Benjamin Netanyahu con un eloquente ed esplicito “Fuck him” sui social.
Quello che emerge dal dossier di UN Watch è uno schema identico che si ripete: legami economici o politici con i regimi autoritari, attacchi continui contro l’Occidente, e un assordante silenzio complice sulle violazioni commesse dalle dittature.
Il perfetto paradosso dell’Onu è servito. Un organismo che pretende di giudicare il mondo intero ha consegnato le sue chiavi a relatori che hanno già scelto da che parte stare. A Ginevra e a New York si continuano a difendere i diritti umani a parole, a patto che queste non disturbino i dittatori che pagano il conto. E il famoso “gioiello” di Annan, oggi, riflette solo il ghigno soddisfatto delle autocrazie.





