Caccia alla spia fuggita a Teheran, l’Fbi offre 200 mila dollari per l’ex ufficiale Witt
Ariel Piccini Warschauer.
Undici anni di latitanza all’ombra dei pasdaran non sono bastati a cancellare il suo nome dai radar del Federal Bureau of Investigation. L’FBI ha rilanciato con forza la caccia a Monica Elfriede Witt, l’ex specialista del controspionaggio della US Air Force accusata di aver disertato e di aver venduto segreti di Stato a Teheran. Sul tavolo c’è ora una taglia da 200.000 dollari per chiunque sia in grado di fornire informazioni utili al suo arresto.
L’appello del Bureau non è solo un atto formale, ma si inserisce in un momento di estrema delicatezza geopolitica. I fili della diplomazia tra Washington e Teheran appaiono più che mai fragili: da un lato la Casa Bianca rivendica il raggiungimento di “intese di massima” per congelare l’arricchimento dell’uranio iraniano per i prossimi vent’anni, dall’altro l’ala dura del regime teocratico smentisce seccamente ogni concessione. È in questa faglia che l’intelligence americana ha deciso di muovere la sua pedina, convinta che il dissenso interno all’Iran possa spingere qualcuno a parlare.
Dalle missioni top secret alla conversione ideologica
La storia di Monica Witt, 47 anni, è il racconto di un cortocircuito identitario. Arruolata nell’aeronautica militare statunitense dal 1997 al 2008, Witt non era una soldatessa qualunque. Addestrata nella lingua farsi, era stata impiegata in Medio Oriente per gestire operazioni di controspionaggio ad altissima sensibilità, per poi proseguire la sua carriera come consulente esterna del Pentagono.
La svolta, secondo i documenti della procura federale che nel 2019 l’ha incriminata per spionaggio, avviene tra il 2012 e il 2013. Witt partecipa a due conferenze internazionali in Iran, interamente finanziate dal regime, concepite come megafoni della propaganda anti-occidentale. È lì che avviene il reclutamento ideologico. Nonostante l’FBI l’avesse ufficialmente diffidata dal rimettere piede nel Paese, ricevendone rassicurazioni poi rivelatesi false, nell’agosto del 2013 Witt prende un volo senza ritorno per Teheran.
La vendetta sui vecchi colleghi
Ciò che rende Monica Witt una minaccia persistente per la sicurezza nazionale non è solo il pacchetto di informazioni riservate che ha portato con sé oltre il confine, ma l’attività di “consulenza attiva” che avrebbe continuato a svolgere per conto degli apparati di sicurezza iraniani. «Witt ha tradito il suo giuramento alla Costituzione più di un decennio fa», spiega Daniel Wierzbicki, agente speciale a capo della Divisione Controspionaggio e Cyber dell’ufficio dell’FBI di Washington. «Riteniamo che continui a supportare le attività nefaste del regime». Le accuse sono pesanti: Witt non si sarebbe limitata a svelare i codici e i programmi di difesa della US Air Force, ma avrebbe condotto ricerche mirate sui suoi ex colleghi dell’intelligence, profilando le loro abitudini e le loro vulnerabilità per consentire ai servizi di Teheran di colpirli o ricattarli. Una vendetta mirata che ha messo in pericolo di vita decine di agenti americani e le loro famiglie stanziate all’estero.
Un segnale a Teheran
Il tempismo del rinnovato dispiegamento di forze dell’FBI non è casuale. Mentre Donald Trump evoca la possibilità di un grande accordo sul nucleare, l’intelligence lancia un avvertimento simmetrico: il dossier sulle infiltrazioni iraniane sul suolo americano resta aperto. La caccia alla spia Witt dimostra che la Casa Bianca non è disposta a concedere sconti sul passato, proprio mentre si tenta di ridisegnare il futuro dei rapporti con la Repubblica Islamica. La sensazione, a Washington, è che la rete attorno alla disertrice non sia più così impenetrabile.





