Delitto di Garlasco, il genetista Ugo Ricci mette nel mirino le fasi iniziali dell’inchiesta
Ariel Piccini Warschauer.
Il delitto di Garlasco si arricchisce di un capitolo che rischia di far crollare, pezzo dopo pezzo, il castello accusatorio che undici anni fa ha spalancato le porte del carcere ad Alberto Stasi. A parlare è il genetista toscano Ugo Ricci, l’uomo che insieme al luminare tedesco Lutz Roewer ha firmato la consulenza difensiva capace di rimettere tutto in discussione, portando sotto la lente d’ingrandimento della Procura la figura di Andrea Sempio.
Le parole di Ricci sono un pesante atto d’accusa non solo sulla gestione iniziale delle indagini, ma aprono uno squarcio su quello che definisce un quadro investigativo «molto ampio e anche inquietante», emerso dall’analisi dei ben 79 faldoni dell’inchiesta ora a disposizione delle parti.
Dietro la svolta scientifica sul DNA mitocondriale e sul cromosoma Y rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi, c’è un retroscena finora rimasto nell’ombra. Ricci rivela di aver coinvolto Lutz Roewer, massimo esperto mondiale del settore oggi in pensione, mantenendolo totalmente all’oscuro del contesto: «L’ho contattato in modo anonimo, senza fare alcun riferimento al caso di Garlasco. Ho qualificato i protagonisti come “soggetto A” e “soggetto B”. Ha lavorato senza condizionamenti, tanto che voleva mandarmi il report gratuitamente». Un dettaglio, questo, che secondo il genetista toscano conferisce un valore oggettivo e incontestabile alle conclusioni che legano quel profilo genetico al ramo paterno di Sempio.
Tuttavia, lo stesso Ricci frena sui facili trionfalismi della sola prova scientifica: «Sapevo che con quel DNA, da solo, non si sarebbe messo in galera nessuno, perché è parziale. Ma oggi, con la conoscenza di tutte le carte, vediamo che le prove tecniche hanno un ruolo fortemente rafforzativo all’interno di un contesto molto più grande».
Secondo il consulente della difesa, sono due i «grimaldelli» che hanno permesso di scardinare una verità processuale che sembrava tombale: la traccia ematica sotto le unghie della vittima e la celebre “impronta 33” sul muro della scala che porta alla cantina dei Poggi.
Ma l’affondo più duro di Ricci è diretto ai Ris di Parma e alla conduzione della primissima fase investigativa, rea – a suo dire – di aver imboccato una pista a senso unico a causa di un abbaglio iniziale. Il peccato originale risalirebbe al momento in cui il Gip annullò il fermo di Alberto Stasi, dopo che i Ris parlarono (erroneamente) di tracce di sangue di Chiara sui pedali della bicicletta del fidanzato.
«I Ris sbagliarono, ovviamente in modo colposo, e non fecero una bella figura», spiega Ricci. «Da quel momento, a livello psicologico e forse inconsapevole, hanno continuato a indagare solo su Stasi, andando in un’unica direzione». Un binario unico durato anni, prima che l’appello-bis ribaltasse le vecchie perizie sul DNA.
Oggi la Procura sembra essere andata «molto oltre» le sole evidenze genetiche, muovendosi su un terreno indiziario più ampio che Ricci non esita a definire clamoroso se confrontato col passato: «È raccapricciante paragonare l’esiguità degli elementi coi quali si è arrivati alla condanna di Stasi a quelli emersi ora per Sempio».
Mentre i magistrati continuano a scavare nei faldoni, il giallo di Garlasco si tinge di nuovi, clamorosi dubbi. E la sensazione, tra gli esperti, è che il fondo di questa storia non sia ancora stato toccato.





