Velardi sul Riformista fa le pulci ai magistrati sul caso Lavitola-Ranucci
C’è un uomo che ha confessato ed è ancora in carcere, scrive Claudio Velardi sul Riformista. Valter Lavitola, arrestato il 10 agosto e rinchiuso a Rebibbia, mercoledì ha detto ai magistrati, in un interrogatorio durato più di cinque ore, di essere lui il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Ha ammesso l’ipotesi accusatoria, dichiarando di voler collaborare. Il suo difensore ha chiesto, come è logico, i domiciliari. La Procura di Roma ha dato parere negativo e il gip ha respinto l’istanza: le ricostruzioni dell’indagato sarebbero “inverosimili“. Lavitola resta dentro.
Prendiamo atto. Ma allora la Procura ha il dovere di rispondere ad alcune domande, perché la custodia cautelare non è una pena anticipata e non può essere uno strumento di pressione.
Prima domanda: se la confessione di Lavitola non è credibile, che cosa è credibile? Il movente che adduce — un attentato “a fin di bene”, per far alzare la protezione dell’amico giornalista — è oggettivamente bizzarro, e non coincide con quello ipotizzato dagli inquirenti: un’azione pensata per accrescere la popolarità di Ranucci. Ma la distanza tra le due versioni non si colma tenendo un uomo in cella: si colma indagando.
Seconda domanda: se la Procura sospetta che i mandanti siano altri, o che dietro Lavitola ci sia dell’altro, lo dica. Su chi grava il sospetto? E quali esigenze cautelari — concrete e attuali, come vuole il codice — giustificano oggi il carcere per un uomo che ha ammesso le proprie responsabilità e consegnato telefono e computer?
Terza domanda, la più scomoda: se queste risposte non esistono, perché Lavitola è ancora a Rebibbia? Perché la sua confessione non è quella “giusta”? Il pensiero corre a una stagione che credevamo archiviata: quella in cui la cella si apriva solo quando l’indagato pronunciava le parole che i pm volevano sentire. Era il metodo di Mani pulite. Se chi confessa resta in carcere perché la confessione non convince, il carcere diventa lo strumento per fargliene rendere un’altra. Inaccettabile, in uno Stato di diritto.
Noi non difendiamo Lavitola, né sottovalutiamo la gravità di un atto comunque criminale. Difendiamo un principio, lo stesso per tutti: la libertà personale si comprime solo per esigenze cautelari precise, non per costringere qualcuno a dire di più, o a dire altro. Siamo garantisti prima di tutto: o la Procura ha elementi che giustificano il carcere — e li espliciti — o Lavitola va scarcerato, o quantomeno posto ai domiciliari.
Un’ultima immagine. Era il 25 ottobre 2025, nove giorni dopo l’esplosione sotto casa di Ranucci. All’assemblea generale dell’Anm, in Cassazione, il conduttore di Report si presentò a sorpresa e tutta l’associazione — toghe rosse e moderate, capicorrente, procuratori celebri — si alzò in piedi per una standing ovation interminabile. Lui ironizzò: “Credo sia il più lungo applauso dedicato a un plurindagato, viste le mie 220 querele”. Quel giorno la magistratura applaudiva in piedi la parte offesa di un’indagine ancora aperta. Oggi tiene in carcere un uomo che ha confessato, perché la sua confessione non piace. Alla Procura di Roma non chiediamo ovazioni: chiediamo risposte. La giustizia che applaude e la giustizia che tace sono due facce della stessa giustizia: quella che non ci piace per niente.


