Vannacci è l’elefante nella stanza del centrodestra, ecco perché ha successo
Fingere che non esista, non si può. Ma nemmeno rincorrerlo. Roberto Vannacci è l’elefante nella stanza del centrodestra. Il Riformista ne ha parlato con il professor Luigi Di Gregorio, docente di scienza politica all’Università della Tuscia e autore di War Room, manuale di comunicazione politica che fa scuola.
Il fenomeno Vannacci lievita: cosa piace agli elettori del Generale? E l’effetto novità quanto dura?
«Uno dei suoi atout è proprio la novità. Anche se la domanda politica alla quale Vannacci risponde non è affatto nuova e non è solo italiana, basta guardarsi attorno in Europa. La vera prova sarà la capacità di trasformare un movimento costruito intorno a una persona in un partito con classe dirigente, organizzazione territoriale e candidati credibili. Alla novità si aggiunge la libertà di chi non governa. Può proporre soluzioni radicali senza doverne indicare il costo, le conseguenze o la compatibilità con gli impegni internazionali dell’Italia. È molto più facile testimoniare un’identità che trasformarla in decisioni di governo. Infine, c’è la chiarezza. Dice poche cose, le dice in modo netto e dà a una parte dell’elettorato la sensazione di poter finalmente esprimere ciò che pensa senza chiedere il permesso al politicamente corretto».
Il centrodestra appare in affanno, in rincorsa del Generale. Un atteggiamento che mostra debolezza?
«Una copia non batte mai l’originale. Se il centrodestra accetta di competere sul tasso di radicalità, Vannacci potrà sempre alzare ulteriormente l’asticella, perché non governa. Bisogna riconoscere i problemi sui quali punta Futuro Nazionale, senza adottarne il linguaggio e le soluzioni. Negare le paure su sicurezza e immigrazione sarebbe un errore. Ma chi governa deve rispondere con atti concreti, verificabili e soprattutto percepibili. Il centrodestra deve dimostrare di saper fare, ma anche di far sapere. Non deve rincorrere ogni provocazione, ma selezionare pochi temi, fissare l’agenda e costringere il concorrente a confrontarsi con la praticabilità delle proprie proposte».
Lakoff diceva: non parlare dell’elefante. Perché una volta che lo nomini, domina il frame…
«Non parlare di Vannacci è anche difficile oggi, non sia altro che per i media di sinistra che ne parlano di continuo. I partiti della maggioranza non possono dimenticare i temi dell’emigrazione e della sicurezza, l’importante è che l’agenda tocchi altri punti. Ci sono due fronti: identità e economia. La maggioranza deve battere sulla valorizzazione di quello che ha fatto, di facilmente percepibile, al governo. Tre-quattro cose ottenute, impattanti e diverse da quelle che può dire Vannacci».
Chi ne farà le spese maggiori e chi può dirsi al riparo da Futuro Nazionale?
«La più esposta è ovviamente la Lega, sia perché il generale viene da lì, sia perché insiste su posizioni simili, radicalizzandole ulteriormente. Forza Italia è probabilmente più protetto perché il suo elettorato è più moderato e meno compatibile con l’offerta di Vannacci. Può però subire una perdita di centralità se Futuro Nazionale lo supera stabilmente nei sondaggi. FdI, invece, dispone di una protezione che gli altri partiti non hanno: la forza della leadership di Meloni e il vantaggio dell’appartenenza sull’apparenza, per citare la Presidente del Consiglio. La storia della destra nazionale è lì ed è incarnata da Giorgia Meloni».
Meloni arriva comunque con il 28 per cento alla fine del mandato, un record nel record. Continuerà la trasformazione di FdI in una CDU italiana?
«Arrivare alla fine di una legislatura incrementando i voti ottenuti all’inizio è un risultato straordinario. In Italia i partiti che guidano il governo sono quasi sempre usciti dalla legislatura molto più deboli di come vi erano entrati. La trasformazione continuerà se per “CDU italiana” intendiamo il passaggio da piccolo partito identitario a grande partito conservatore di governo, capace di rappresentare elettori diversi e di diventare il perno stabile del centrodestra nel sistema politico. Non significa automaticamente diventare più centrista o rinunciare alla propria identità. Significa allargare il perimetro, istituzionalizzarsi e tenere insieme cultura politica, interessi sociali e responsabilità di governo».





