Tullia d’Aragona, una donna d’amore del Rinascimento italiano
Luciano Luciani.
Nata dalla relazione tra una cortigiana, Giulia Campana, conosciuta anche come la Ferrarese forse perché nativa di Adria, nota per la sua lingua sciolta e mordace e per essere stata l’amante di Luigi d’Aragona (1474–1519), di sangue reale e cardinale tra i più in vista durante i pontificati di Alessandro VI Borgia e Leone X Medici,Tullia d’Aragona è un’autentica figlia del Rinascimento che nel suo primo soggiorno romano, durato sino al 1531, distribuì largamente i piaceri della sua alcova con una particolare predilezione per gli intellettuali: il letterato Ludovico Martelli, il poeta Claudio Tolomei, il poeta latino e libertino impenitente Francesco Maria Molza, senza trascurare i ricchissimi e altrettanto prodigali aristocratici Filippo Strozzi e Paolo Emilio Orsini… Tullia, alta, bionda, due splendidi, grandi occhi non affidava le sue capacità di seduzione al solo aspetto fisico, ma a esso aggiungeva il dono di una voce morbida e ben intonata e la capacità di far versi: piuttosto convenzionali nel loro rigido modello di stampo petrarchesco secondo il parere dei critici, ma sempre tali da distinguerla dalle altre cortigiane concorrenti. Musa e insieme venditrice d’amore – una notte con lei poteva arrivare a costare l’iperbolica cifra di cento scudi! – Tullia seppe raccogliere il parere favorevole anche di una lingua tagliente e spietata come quella dell’Aretino che non poté esimersi dal giudicarla ‘una vera regina’. Personaggio inquieto, espressione di un’epoca di difficile transizione, alla perenne ricerca di un prestigio sociale che le derivasse non solo dalla bellezza e dalle maniere seduttive, ma anche dall’abilità letteraria, questa cortigiana, con né piccole né poche aspirazioni intellettuali, preferì spostare a Ferrara il proprio salotto ben accolta in principio dall’ammirazione e dall’amicizia di poeti come Giulio Camillo, Girolamo Muzio, Ercole Bentivoglio e, soprattutto, Bernardo Tasso, il padre di Torquato, che non le lesinarono ammirazione e amicizia. Di una passione sensuale, ma sincera, l’amò soprattutto il Muzio, letterato cortigiano (1496 – 1576), che sia pure dietro i convenzionali travestimenti arcadici, lui Mopso pastore, lei la ninfa Tirrenia, non riuscì a nascondere i suoi carnalissimi desideri.
Al fascino esercitato da Tullia non rimase insensibile neppure Giambattista Giraldi Cinzio(1504 – 1574), interessante teorico del teatro dell’orrido e autore di testi cupi e truculenti conosciuti dallo stesso Shakespeare, che forse perché tenuto troppo a lungo in stand by finì per maturare un profondo astio nei confronti della donna. E, come si usava allora negli ambienti dotti, non esitò a porre mano alla penna per tentare di oscurare il mito di Tullia nella raffinata città di Ercole II d’Este e Renata di Francia. Non contento di averne messa in discussione la bellezza, Giraldi Cinzio ebbe buon gioco a gettare lunghe ombre sull’origine incerta e la discutibile moralità della donna. Poi, la partenza di Bernardo Tasso, il suo principale estimatore e protettore che andava a mettersi al servizio del principe Ferrante di Sanseverino, la sorda ostilità del Giraldi Cinzio e versi malevoli che circolavano per Ferrara e la presentavano esclusivamente come una prostituta d’alto bordo, la amareggiarono al punto da convincerla a trasferirsi a Venezia.
Venezia, Siena, Firenze
Della Serenissima Repubblica l’attirava la fama di città splendida, galante e soprattutto tollerante nei confronti delle cortigiane attorno alle quali scorrevano fiumi di denaro. Ma, forse, proprio a causa di tale notorietà l’offerta risultava di parecchio superiore alla domanda e, anche nei piani alti della prostituzione la concorrenza era forte e non conosceva esclusione di colpi: per esempio, quella di Zufolina o di Angela Zaffetta, circondata dallo splendore della prima giovinezza, mentre la nostra Tullia si avvicinava ormai ai trent’anni… Insomma, le sue rivali erano ben agguerrite e per niente disposte a farsi da parte per lasciare spazio a una venuta da fuori. In più, ci si mise anche quello spirito bizzarro di Lorenzo Venier (1510 – 1556), poeta amico dell’Aretino e autore di poemi osceni, che, in una sorta di guida in versi delle ‘mamole’ veneziane, indicate per nome e per prezzo, – una vera e propria borsa valori cortigianesca -, assegnò a Tullia solo l’ottavo posto… E allora via, via da Venezia! Anche se il dottissimo letterato Sperone Speroni (1500 – 1588) la riconosce, unica donna tra tanti spiriti magni maschili, degna di essere citata nel suo Dialogo delle lingue e il pittore Moretto da Brescia la omaggia con un ritratto arrivato sino ai nostri giorni, Tullia lasciò la città dei Dogi nella primavera del 1537 per non farvi mai più ritorno.
L’aspettava un decennio movimentato che la vide cambiare più volte città: di nuovo Ferrara, poi Siena, quindi Firenze, raccogliendo, come suo solito, favori e consensi, ma anche inimicizie e guai. A Siena, per esempio, si sposò con il ferrarese Silvestro Guicciardi, ma fu anche accusata di magia dal letterato fiorentino Agnolo Firenzuola (1493 – 1543) che, non contento di quella imputazione pesante e pericolosa per la donna, ne mise in dubbio la moralità facendo dire a un personaggio femminile di una sua novella, una moglie che rimprovera il marito, “Tu meriteresti una femmina com’è la Tullia che si pascesse di adulteri, lasciando morire di fame il marito.” Amante riconosciuta di Ottaviano Tondi, uno dei più influenti membri del governo senese dei Nove, alle turbolenze politiche della città del Palio che l’avevano coinvolta anche personalmente, Tullia pensò bene di preferire il più tranquillo ambiente della vicina Firenze. Qui, però, nonostante l’amicizia e l’apprezzamento, non sempre disinteressati per la verità, di Benedetto Varchi, Niccolò Martelli, Alessandro Arrighi, Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, del filosofo Simone Porzio, non riuscì a trovare l’ambiente tranquillo e gratificante a cui aspirava e di cui aveva sempre più necessità. La sua fama di donna galante la perseguitava e le impediva di godere sino in fondo del favore pubblico: il resto lo facevano le malelingue che non esitavano a definirla “cortigiana degli Accademici” quando non l’accusavano di servirsi della giovanissima sorella Penelope per garantire il successo del suo cenacolo erotico – filosofico- letterario. Dobbiamo, forse, a questa strategia del pettegolezzo la convocazione di Tullia presso il magistrato: l’accusa quella di non avere ottemperato alla recente legge sugli ornamenti et habiti degli huomini e delle donne con cui l’arcigno duca di Toscana tentava di arginare l’immoralità diffusa in una città che sembrava nient’affatto intenzionata a dimenticare la felice e spensierata stagione laurenziana. La femme fatale, dunque, avrebbe contravvenuto alla norma che imponeva alle meretrici note come tali di indossare sull’abito un segno distintivo, “un velo, o vero sciugatoio o fazzoletto o altra pezza in capo”, di colore giallo per distinguerle “dalle donne da bene e di honesta vita”. La pena prevista una multa “di scudi dieci in oro… per ciascheduna volta che le trasgrediranno”. Toccata nella sua orgogliosa consapevolezza di sé più come poetessa o letterata che donna di piacere, Tullia insorge e, come sa e può, dà battaglia. Tra le sue armi migliori, la rete di relazioni importanti stesa anche Firenze: meno fitta che in altre città toccate nel corso della sua vita nomade, ma, comunque, ricca di presenze significative. Così, don Pietro di Toledo, nipote della duchessa Eleonora, preparò l’ambiente di Corte alle motivazioni della supplica di Tullia e il Varchi, suo buon amico e protettore, l’aiutò materialmente a stenderla nello stile formale e un po’ untuoso proprio dell’epoca:
Ill.ma ed Ecc.ma Sig.ra Duchessa.
Tullia Aragona, umilissima servitrice di V. E. Ill.ma, essendo rifugiata a Firenze per l’ultima mutazione di Siena, e non facendo i portamenti che l’altre fanno anzi non uscendo quasi mai da una camera non che di casa, per trovarsi male disposta così dell’animo come del corpo, prega V. E. affine che non sia costretta a partirsi, che si degni d’impetrare tanto di grazia dall’ Eccell.mo ed Ill.mo S.or Duca suo consorte, che ella possa se non servirsi di quei pochi panni che le sono rimasti per suo uso, come supplica nel suo capitolo, almeno che non sia tenuta all’osservanza del velo giallo. Ed ella, ponendo questo con gli altri obblighi molti e grandissimi che ha con S. E., pregherà Dio che la conservi sana e felice.
I potenti, si sa, sono sensibili alle lusinghe e la nostra Tullia riuscì a conseguire il risultato voluto. Ma per Tullia anche la stagione fiorentina volgeva al termine.
Di nuovo a Roma
Rientrata a Roma nel 1548, Tullia si adattò con difficoltà al nuovo severo clima culturale controriformista ormai dominante nel centro della cristianità. Qui, nella città che aveva visto sorgere e affermarsi l’astro della sua bellezza e della sua fama, non le venne risparmiata nessuna umiliazione: la qualifica, ora infamante, di cortigiana sanzionata da una tassa – quaranta scudi – proporzionale all’affitto della casa in cui abitava, palazzo Carpi nella parrocchia di sant’Agostino e dalla reticella di colore giallo in testa, una consuetudine restaurata a partire da Paolo III Farnese (1534– 1549) ed estesa da Paolo IV Carafa anche agli ebrei da lui ristretti nel ghetto.
La morte della madre Giulia e della sorella Penelope dettero il colpo di grazia a Tullia che si ridusse a vivere in Trastevere in casa di un oste dove la morte la colse il 14 marzo 1556. Non pochi anni prima, un letterato umanista che tra le altre sue attività professava quella di astrologo, Pietro Angelio da Barga(1517–1596) le aveva predetto che sarebbe morta in tardissima età: Tullia, invece, al momento della dipartita, aveva appena cinquant’anni. Anche lei, comunque, aveva risparmiato abbastanza da potersi permettere una bella tomba in Sant’Agostino, insieme alla madre e vicino a quella di Fiammetta, la preferita del duca Valentino. Un piccolo legato ai frati della chiesa stabilì che ogni anno nell’anniversario della morte venisse accesa una candela accanto alla sua tomba e venisse celebrata una messa in memoriam di una delle più famose donne d’amore del Rinascimento.





