Toscana, quando il carcere diventa l’unico servizio sociale per gli stranieri
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un confine invisibile che taglia in due la Toscana delle cartoline, delle colline del Chianti e del buon vivere rinascimentale. Un confine che si materializza non appena si varcano i cancelli di Sollicciano, delle Sughere o di Porto Azzurro. In Toscana, più che altrove, la detenzione ha una precisa connotazione geografica e anagrafica: oltre la metà dei detenuti ristretti negli istituti di pena della regione è di nazionalità straniera. Un dato che sfiora il 50,2%, surclassando di quasi venti punti percentuali la già drammatica media nazionale, ferma poco sopra il 31%.
I numeri, freddi e impietosi, fotografano un’anomalia toscana che merita di essere analizzata al di là degli slogan emergenziali. Se si scorre la mappa del sovraffollamento e delle presenze negli istituti penitenziari regionali, si scopre che in alcune strutture la percentuale di cittadini stranieri assume i connotati di una vera e propria segregazione di fatto: a Gorgona si tocca il 68,2%, a Siena il 66,7%, mentre nel disastrato catino di cemento di Firenze Sollicciano si viaggia stabilmente oltre il 64%.
Ma cosa c’è dietro questa sproporzione strutturale? C’è una criminalità straniera intrinsecamente più attiva in questa regione, o c’è una macchina della giustizia che qui, più che altrove, gira a vuoto?
I dati sulle denunce e sugli arresti offrono una prima chiave di lettura. Nelle province a più alta densità produttiva o turistica, la quota di cittadini stranieri tra i segnalati all’autorità giudiziaria è imponente: a Prato si registra il picco del 62%, seguita da Firenze al 56%. Eppure, a ben guardare la tipologia dei reati, emerge una spaccatura netta. Da un lato c’è la criminalità autoctona o organizzata, che gestisce i grandi flussi finanziari, i reati dei colletti bianchi e le infiltrazioni negli appalti; dall’altro c’è una criminalità di strada, frammentata, legata principalmente al piccolo spaccio e ai reati predatori (furti e borseggi), che a Firenze – seconda città in Italia per indice di criminalità generale, complice l’enorme pressione turistica dei “city users” – trova un terreno di coltura ideale.
Il vero nodo, tuttavia, non è solo chi commette il reato, ma cosa succede dopo l’arresto. È qui che il sistema toscano mostra la sua corda. La fortissima presenza di stranieri nei penitenziari non è lo specchio fedele della gravità dei delitti commessi, bensì la plastica dimostrazione di una discriminazione istituzionale involontaria ma sistematica: l’impossibilità di accedere alle misure alternative alla detenzione.
Per ottenere l’affidamento in prova, i domiciliari o la semilibertà, la legge italiana richiede requisiti apparentemente neutri ma, nei fatti, fortemente escludenti: un domicilio stabile, una rete familiare di supporto, un contratto di lavoro regolare. Requisiti che la popolazione straniera, spesso gravata da irregolarità burocratiche o marginalità sociale, non può vantare. Il risultato è un paradosso normativo: a parità di reato (spesso di lieve entità, legato alla microcriminalità stradale), il cittadino italiano sconta la pena fuori, nel tessuto sociale, mentre il cittadino straniero resta dentro, a gonfiare le statistiche del sovraffollamento. Non è un caso che nell’area penale esterna – ovvero tra chi sconta la pena senza varcare la soglia del carcere – la percentuale di stranieri crolli verticalmente al 21%.
Il carcere toscano, dunque, finisce per svolgere una funzione impropria: non più luogo di rieducazione e reinserimento come vorrebbe la Costituzione, ma estremo e disfunzionale ammortizzatore sociale per chi è invisibile sul territorio. Una discarica sociale dove si rinchiude la marginalità che le politiche di accoglienza, di integrazione e i servizi territoriali non sono stati in grado di intercettare e gestire. Finché la risposta alla marginalità rimarrà esclusivamente penale ed edilizia, Sollicciano e le altre sezioni toscane continueranno a scoppiare, riconsegnando alla società, a fine pena, persone ancora più marginalizzate e prive di prospettive.





