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Tittia, il Palio di Siena e che cosa è un campione

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Paolo Benini.

Che cos’è un campione? Possiamo definirlo come una persona che si distingue, nel campo in cui si applica, per capacità, attitudine, dedizione e risultati. Il concetto non appartiene soltanto allo sport: esistono campioni nella ricerca, nell’arte, nelle professioni, nell’impresa e in qualunque attività richieda di esprimere prestazioni non comuni. Alla nascita una persona può possedere alcune caratteristiche generali o specifiche che, in un determinato campo, potranno rivelarsi vantaggiose. Non userei propriamente il termine qualia, che in filosofia della mente indica le qualità soggettive dell’esperienza cosciente, ma parlerei di predisposizioni: caratteristiche fisiche, neurocognitive, temperamentali o percettive che non costituiscono ancora un talento e tanto meno un destino. Possono diventare un vantaggio soltanto se vengono scoperte, coltivate e gestite con intelligenza. Su questo patrimonio individuale interviene poi l’ambiente: il luogo e il momento storico in cui si nasce, la famiglia, le possibilità economiche, gli incontri, la presenza di qualcuno capace di riconoscere una qualità ancora indistinta, la disponibilità di strutture e maestri, perfino gli eventi occasionali che portano una persona verso un’attività anziché un’altra. L’unione tra predisposizioni e contesto genera una possibilità; saranno poi la scelta del campo, la motivazione, la qualità dell’applicazione, la continuità e la capacità di attraversare errori e sconfitte a trasformarla, eventualmente, in una prestazione superiore. La letteratura sulla deliberate practice, a partire dal lavoro di Ericsson, Krampe e Tesch-Römer del 1993, ha mostrato l’importanza di una pratica intenzionale, strutturata, guidata da obiettivi specifici e correzioni continue. Gli studi successivi hanno opportunamente ridimensionato l’idea che basti accumulare un certo numero di ore: la pratica conta molto, ma non spiega da sola tutte le differenze individuali. Il campione nasce quindi dall’interazione, mai completamente programmabile, tra patrimonio personale, ambiente, opportunità, apprendimento, lavoro e caso. E anche quando tutto questo si combina nel modo migliore, manca ancora un passaggio: bisogna vincere. Ho messo idealmente il verbo tra virgolette perché vincere non significa necessariamente arrivare primi in una competizione; significa produrre un risultato riconoscibile, superiore o particolarmente difficile nel campo scelto. Prima di quel risultato possiamo osservare una persona molto dotata, preparata e promettente. È la vittoria che la rende socialmente visibile. Un vincitore, tuttavia, non è ancora necessariamente un campione: può aver beneficiato di una circostanza favorevole, di un singolo episodio o dell’errore altrui. Il campione comincia a emergere quando quel risultato viene confermato, riprodotto e progressivamente incorporato nella sua identità prestativa.

Prendiamo Giovanni Atzeni, detto Tittia. Le informazioni biografiche verificabili raccontano bene questa combinazione. Nasce il 13 aprile 1985 a Nagold, nel Baden-Württemberg, in Germania, da padre sardo e madre tedesca. Il padre Franco lavora nell’edilizia e coltiva parallelamente la passione per i cavalli, che monta e prepara per le corse. Giovanni entra quindi molto presto in contatto con quell’ambiente, ma il fatto di avere cavalli intorno non contiene ancora nessuna garanzia sul suo futuro. Nel 1996 la famiglia si trasferisce a Nurri, in Sardegna. Qui comincia a correre giovanissimo: le ricostruzioni disponibili collocano una sua prima esperienza intorno ai dodici anni nelle batterie del Palio di Bitti e, successivamente, una partecipazione al Palio di Fonni. A diciotto anni viene notato da Luigi Bruschelli, Trecciolino, e arriva nell’ambiente senese. Anche il soprannome sembra provenire da questo passaggio: tittìa in sardo significa “che freddo”, espressione che Atzeni avrebbe ripetuto durante le mattine trascorse ad allenare i cavalli nelle scuderie. Esordisce in Piazza del Campo il 2 luglio 2003 proprio con il Nicchio, montando Alesandra. La prima vittoria arriva quattro anni dopo, il 2 luglio 2007, nell’Oca con Fedora Saura. Fino a quel momento esistevano certamente le qualità del fantino, la formazione maturata accanto ai cavalli, l’esperienza sarda, l’incontro con Bruschelli, il lavoro quotidiano e la progressiva conoscenza della Piazza.

Ma è quella prima vittoria a cambiare la natura pubblica del profilo. Da quel momento Atzeni non è più soltanto un giovane fantino capace: diventa un fantino che ha dimostrato di poter vincere il Palio. Il successo produce fiducia, reputazione e nuove opportunità; facilita l’accesso a situazioni competitive migliori e modifica il modo in cui la persona viene osservata dagli altri e interpreta se stessa. È il meccanismo del vantaggio cumulativo descritto da Robert K. Merton come Matthew effect: un risultato iniziale tende a generare condizioni che aumentano la probabilità di ottenerne altri. Chi ha vinto viene cercato di più, dispone di maggior credito, riceve occasioni che più difficilmente sarebbero concesse a chi possiede capacità analoghe ma non ha ancora prodotto un risultato visibile. Nel Palio tutto questo non elimina l’incertezza: contano il cavallo, l’assegnazione, la Contrada, la mossa, le strategie, le rivalità e una quantità di variabili solo parzialmente controllabili. Ma proprio in un sistema così complesso la reputazione può diventare una risorsa operativa. La vittoria non si limita a registrare una superiorità precedente: contribuisce a costruire le condizioni nelle quali quella superiorità potrà manifestarsi di nuovo.

Nel luglio 2026 Tittia ha vinto il Palio di Provenzano nell’Aquila con Diodoro, portando a dodici i propri successi. Il dato deve ora essere aggiornato: il 18 agosto 2026 ha vinto anche il Palio dell’Assunta nel Nicchio, su Anda e Bola, dopo che la Carriera era stata rinviata per il maltempo. Sono quindi tredici vittorie in 43 Palii corsi, ottenute per otto Contrade; quella del 2026 è inoltre la quarta doppietta, o cappotto personale, della sua carriera. Il ritorno vittorioso nel Nicchio ha anche una particolare coerenza narrativa: è la Contrada con la quale aveva esordito ventitré anni prima. A questo punto interviene un ulteriore fenomeno, vicino all’effetto alone: la competenza dimostrata in una serie di occasioni tende a essere estesa alla persona nel suo complesso. Ogni scelta del campione appare più lucida, ogni silenzio più significativo, ogni gesto espressione di un controllo superiore. Anche gli episodi favorevoli vengono riletti come conferme della sua eccezionalità, mentre quelli sfavorevoli rischiano di essere considerati semplici incidenti. Sarebbe ingenuo concludere che Tittia vinca soltanto grazie alla reputazione; sarebbe altrettanto ingenuo pensare che tredici vittorie non abbiano modificato l’ambiente nel quale continua a competere. Il campione reale e il campione socialmente costruito finiscono per rafforzarsi reciprocamente: il primo produce risultati, il secondo riceve fiducia, opportunità e un credito che rendono più probabile produrne altri.

Rimane però una distinzione fondamentale. Si può nascere con alcune predisposizioni, incontrare un ambiente favorevole, essere guidati bene e lavorare con una dedizione straordinaria; tutto questo può formare un esecutore di altissimo livello. Il campione viene dopo, quando la qualità incontra il risultato, il risultato viene ripetuto e la ripetizione resiste a contesti, pressioni e condizioni differenti. Non nasce già campione il bambino di Nagold, non lo è automaticamente il ragazzo che arriva dalla Sardegna e non lo diventa definitivamente con la prima vittoria del 2007. Il campione è una costruzione progressiva, biologica, ambientale, tecnica, psicologica e sociale. Nel caso di Tittia, tredici vittorie non spiegano da sole come questa costruzione sia avvenuta, ma direi che impediscono di parlare a vanvera

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