Teheran, il mare della vendetta è rosso sangue, sui muri della capitale l’ultimo avviso a Trump e Netanyhau
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre i cieli del Medio Oriente continuano a bruciare sotto il peso di raid incrociati e la minaccia di un conflitto totale si fa ogni giorno più concreta, la Repubblica Islamica affida ancora una volta la sua risposta alla propaganda visiva più bieca che da sempre decora – e minaccia – le strade della sua capitale. Nel cuore di Teheran è comparso un nuovo, monumentale murale che ritrae il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu mentre affogano in un cupo mare rosso sangue.
L’opera, svelata nelle scorse ore e documentata con enfasi dall’agenzia di stampa Tasnim, organo storicamente affiliato al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, non lascia spazio a interpretazioni di sorta. Ad accompagnare i volti colossali dei due leader, colti nel momento del naufragio, c’è un monito bilingue scritto in persiano e in inglese che recita testualmente: “Affogherete nel mare della vendetta della nazione iraniana”.
Questa nuova installazione non è affatto un evento isolato, bensì l’ennesimo tassello di una martellante campagna di guerra psicologica che sta letteralmente tappezzando le piazze nevralgiche della capitale iraniana. La macchina della propaganda statale, tradizionalmente guidata da organizzazioni satellite vicine all’establishment più radicale del regime, ha alzato il tiro in modo vertiginoso nel giro di pochissimi giorni.
Poco lontano dal nuovo murale, nella celebre piazza Enghelab, è apparso un enorme cartellone che ritrae Donald Trump disteso in una bara avvolta nella bandiera a stelle e strisce, sormontato dal messaggio esplicito “Uccidiamo Trump”. Quasi in contemporanea, a piazza Palestina, un’altra enorme tela mostra la Casa Bianca avvolta dalle fiamme e le bare di alti esponenti dell’amministrazione statunitense, il tutto accompagnato dal severo monito coranico che invoca la legge del taglione, occhio per occhio e dente per dente. A completare questo quadro di fortissima tensione simbolica è spuntato anche il manifesto “Who is D nexT one?”, comparso subito dopo la scomparsa del senatore falco Lindsey Graham, che evidenzia graficamente le iniziali del Tycoon come prossimo, inevitabile obiettivo mirato.
I muri di Teheran, da sempre specchio fedele delle tensioni interne ed esterne al regime degli ayatollah, riflettono oggi il picco di uno scontro militare che si consuma ben oltre i confini della propaganda. La scomparsa della Guida Suprema Ali Khamenei e i continui raid statunitensi nell’area strategica dello Stretto di Hormuz hanno spinto l’ala più oltranzista del regime a esigere una ritorsione immediata contro Washington e i suoi alleati regionali.
Mentre Netanyahu si prepara a volare alla Casa Bianca per coordinare i piani di difesa e attacco con l’amministrazione americana, le fonti di sicurezza interne iraniane continuano a far trapelare avvertimenti pesanti, secondo cui qualsiasi ulteriore mossa strategica degli alleati si tradurrà in un prezzo altissimo per le forze statunitensi stanziate nella regione. In questo scenario incandescente, la pittura sui muri di Teheran cessa di essere semplice retorica di regime e si trasforma nel termometro visibile di una crisi che rischia di trascinare definitivamente l’intera area in un punto di non ritorno.





