Storia della stampa lucchese: L’Amico del Popolo
Roberto Pizzi.
Nel giugno del 1845 nasceva un altro giornale, L’Amico del Popolo, il cui titolo indicava chiaramente una linea editoriale diretta alla ricerca del consenso tra gli strati meno elevati della popolazione. Pubblicato in fascicoli di otto pagine, in formato inquarto, usciva al pubblico il primo giorno di ogni mese. Con il primo numero dell’anno II si pubblicò in formato più piccolo ed in fascicoli di sedici pagine, per opera della tipografia Ferrari e Landi. Proprio allora aggiunse alla testata il sottotitolo di “Giornale morale – storico industriale” ed inserì nella prima pagina un sommario ed una vignetta.
Le sue pubblicazioni cessarono nel 1847, anche se un’analoga testata ricomparve nel 1872, sotto forma di edizione settimanale, stampata dalla tipografia Torcigliani, ma, a quanto sembra, con durata limitata a pochi mesi. Come Il Messaggero delle Dame, L’Amico del Popolo non si distaccava dall’ambito del filantropismo moderato, avendo come scopo la promozione di un ordinato progresso politico verso una soluzione nazionale, senza destabilizzare l’ordine sociale, in una via di mezzo fra i reazionari e gli austriacanti, da una parte, e i mazziniani e socialisti, dall’altra. Per il suo indirizzo verso i ceti sociali inferiori rappresentava, comunque, una novità nella storia del giornalismo lucchese. Il giornale – che si proponeva di giovare al popolo educandolo alla virtù e facendogli conoscere “i doveri di cristiano e insieme di cittadino” – si basava su di un’ ideologia di stampo conservatrice e cattolica, sforzandosi, comunque, di suscitare contrapposizioni dialettiche di respiro progressivo. A tale scopo tornavano utili gli articoli di Pietro Thouar, che trovavano buona ospitalità sulle sue colonne, nei quali si cercava di stimolare all’industriosità, alla laboriosità, al risparmio le classi popolari, bisognose di acquisire sempre più una mentalità moderna che permettesse loro di sottrarsi ai canoni tradizionali basati sull’abbandono fatalistico e sulla speranza della Provvidenza.
Su L’Amico del Popolo compariva una rubrica intitolata “Le veglie di Maestro Biagio“, non più dedicata ai soliti contadini, ormai confinati in ambito secondario, ma ai calzolai, ai sarti, insomma al nuovo soggetto sociale cittadino rappresentato dal mondo artigiano. Tali “veglie” erano racconti storici, di stampo pedagogico, che venivano narrati dalla figura di un esemplare artigiano, che riuniva nella sua casa, durante le serate invernali, altri artigiani e garzoni, con il duplice scopo di intrattenerli in utili ammaestramenti e nel contempo per sottrarli al richiamo dell’osteria. Nel gioco del mantenimento dell’equilibrio, a tali articoli di stimolo verso le classi sociali più umili si contrapponevano, però, gli articoli di Cesare Cantù, letterato lombardo cattolico e conservatore, che invitava il popolo a stare al proprio posto, senza aspirare ad una condizione sociale superiore. Di rilievo, l’impegno del giornale per propagandare la diffusione delle Società di Mutuo Soccorso, per sconfiggere la superstizione dei contadini che venivano invitati a confidare nelle scienze agrarie ed i moniti contro l’illusione del gioco del lotto.
Significativa, poi, l’opera di promozione degli asili infantili svolta dal lucchese Luigi Pacini che finiva per scontrarsi con i reazionari che erano avversari dell’istruzione popolare. Degna di nota, infine, l’esaltazione del ruolo sociale ed economico delle ferrovie, in occasione dell’ apertura della strada ferrata tra Lucca e Pisa, avvenuta il 15 novembre del 1846. Il giornale, che aveva iniziato a seguire con attenzione gli avvenimenti nazionali, finiva per dichiararsi politicamente come seguace di Pio IX, il quale veniva esaltato come “novello benefattore d’Italia”. La sua esperienza editoriale si concludeva con espresse dichiarazioni di ammirazione per le teorie di Gioberti, dopo aver assunto un chiaro orientamento neoguelfo che attirava sulla pubblicazione immediate accuse di antigesuitismo.





