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Spionaggio e cyber-sabotaggi in dieci paesi nel giorno del summit dei Volenterosi

Ariel Piccini Warschauer.

I terminali che si spengono all’improvviso nei ministeri, i segnali di disturbo sulle linee ferroviarie polacche che trasportano le armi per Kiev, i file riservati che viaggiano verso i server di Mosca. La guerra ibrida della Russia contro l’Occidente ha smesso da tempo di essere una minaccia teorica per diventare un’offensiva quotidiana, invisibile e logorante. L’ultimo, durissimo siluro diplomatico parte da Parigi e Berlino proprio mentre la diplomazia si riunisce all’ombra della Torre Eiffel per il vertice della «Coalizione dei Volenterosi» – alla presenza di Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky e del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani.

L’allarme sollevato dal ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, è di quelli che non lasciano spazio a interpretazioni: una vasta campagna di cyber-spionaggio e sabotaggio ha violato i sistemi di almeno dieci Paesi europei. La reazione delle cancellerie è immediata e coordinata: sia la Francia che la Germania hanno convocato d’urgenza gli ambasciatori russi. Un passo formale che, nel codice felpato ma rigido della diplomazia, indica che il livello della provocazione ha superato la linea di guardia.

Dietro la sigla formale delle accuse c’è un’attribuzione tecnica precisa. I servizi di sicurezza occidentali puntano il dito contro l’FSB, l’erede del KGB, e nello specifico contro il famigerato «16° Centro» dell’intelligence russa, noto agli analisti di cyber-security per coordinare la galassia hacker «Turla». Non si tratta del solito hackeraggio dimostrativo o di un attacco ransomware finalizzato al riscatto. Qui l’obiettivo è duplice e strategico: da un lato mappare e sottrarre dati sensibili dai ministeri e dalle aziende della difesa; dall’altro testare la capacità di bloccare i gangli vitali del Continente.

Gli attacchi degli ultimi giorni hanno preso di mira infrastrutture critiche e trasporti. Barrot ha citato esplicitamente le manovre per paralizzare la rete ferroviaria in Polonia, snodo nevralgico per il transito degli aiuti militari diretti a Kiev. È la dottrina della «guerra ibrida» nella sua massima espressione: colpire le retrovie psicologiche e logistiche dell’avversario senza mai superare la soglia dell’aggressione militare convenzionale.

La risposta dell’Occidente questa volta tenta di essere simmetrica e punitiva. L’Unione Europea ha varato nuove misure restrittive congelando i beni di nove individui e quattro entità legati alla struttura cibernetica russa. Londra ha alzato ulteriormente la posta, inserendo nella sua black list ben 24 entità collegate alla macchina di pressione di Mosca.

Il tempismo scelto da Parigi non è casuale. Arriva alla vigilia della sfilata militare del 14 luglio per la Festa Nazionale francese, quest’anno esplicitamente dedicata al «risveglio strategico europeo». Ed è un segnale politico inviato al Cremlino mentre i leader europei si coordinano per garantire la tenuta dell’Ucraina. Mosca risponde dimostrando di poter penetrare i sistemi di sicurezza europei a piacimento. La risposta di Bruxelles e delle capitali europee si affida ora alle sanzioni e alla deterrenza digitale. Ma la sensazione, tra gli addetti ai lavori, è che la campagna d’autunno degli hacker di Stato russi sia soltanto all’inizio.

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