Sorpresa al consiglio dei ministri che parla di legge elettorale mentre il mondo scoppia
Alessandro De Angelis su La Stampa evidenzia come, in un contesto internazionale e interno particolarmente critico, sorprenda la convocazione a Palazzo Chigi di un vertice dedicato anche alla legge elettorale, tema non prioritario rispetto alle crisi geopolitiche, alle tensioni con l’amministrazione Trump e alle difficoltà economiche e negoziali con l’Europa. Il momento è delicato anche per l’imminente incontro tra Giorgia Meloni e il segretario di Stato Marco Rubio, chiamato a verificare l’allineamento dell’Italia agli Stati Uniti dopo recenti frizioni. In questo quadro, la scelta di discutere di riforma elettorale viene letta come il segnale della fase politica e psicologica della premier: non una questione tecnica, ma l’espressione di un potere che si percepisce sotto una minaccia esistenziale e che, invece di rilanciare sul piano politico, tenta di intervenire sulle regole del gioco, peraltro dopo una recente bocciatura referendaria.
La minaccia è duplice: da un lato il rapporto con il Paese, segnato dalla sconfitta al referendum interpretata come un avviso di sfiducia; dall’altro le dinamiche interne alla maggioranza, dove il modello di leadership centrato su Meloni mostra crepe e si affaccia l’ombra di alternative, in particolare quella di Marina Berlusconi. In questo contesto, la riforma elettorale diventa uno strumento per gestire il rischio di un esito incerto alle urne o di un pareggio che sposterebbe la formazione del governo in Parlamento, rafforzando il ruolo di Forza Italia e mettendo in discussione la leadership della premier. Resta però un percorso incerto, legato anche alle mosse della stessa Berlusconi. Nel complesso, la situazione richiama dinamiche già viste in passato: di fronte alla paura di perdere, molti governi hanno cercato di modificare le regole, senza che ciò portasse benefici duraturi.





