Siamo stati iscritti al Pci, la recensione di Mughini al libro di Chicco Testa e Claudio Velardi
Giampiero Mughini, con la consueta arguzia, scrive per il Foglio la recensione di un libro scritto da due ex iscritti al Pci, Chicco Testa e Claudio Velardi. È sugosissimo il cocktail di episodi raccontati da due intellettuali che hanno fatto così tanta strada nelle organizzazioni di sinistra, i due più o meno ottantenni Chicco Testa (oggi leader di AssoAmbiente) e Claudio Velardi (fondatore e direttore del giornale Il Riformista). Di quella loro esperienza ne hanno scritto in questo libro minuto ma intenso, Siamo stati iscritti al Pci, appena pubblicato dall’elegante casa editrice maceratese Liberilibri e arricchito dalla postfazione di uno dei fondatori del Foglio, Sergio Scalpelli, e dall’introduzione del ministro Guido Crosetto, uno che ha tutt’altra storia politica ma che ci sta benissimo in quelle pagine. Testa e Velardi hanno in comune un’idea non da poco, e cioè che è da imbecilli il vantare “la fedeltà alle proprie idee” di un tempo precedente, dato che tutto al contrario il mutare idee e criteri è indispensabile se vuoi capire il mondo che ti sta attorno e che muta ogni giorno che passa. E loro eccome se hanno cambiato idea rispetto al tempo in cui era ampia la zona di intellettualità prona al “marxismo-leninismo” – con tanto di trattino – e dove poteva capitare che a uno studente universitario venisse chiesto chi aveva ammazzato il Giovanni Gentile tuttora fascista, che lui rispondesse che lo avevano “ammazzato” i partigiani comunisti e che il professore ritenesse sbagliata la risposta e rimandasse lo studente perché lui avrebbe dovuto rispondere che i partigiani lo avevano “giustiziato”. Da brividi.
Beninteso non che quei due intellettuali dovessero vergognarsi delle loro appartenenze ideali giovanili, ma di parlarne con acume autocritico, di questo sentivano il bisogno. Per dirla con le parole dello Scalpelli di oggi: “Questo libro è un atto di liberazione. Non dalla politica – tutti e tre continuiamo a modo nostro a occuparcene. Ma dalla schiavitù del passato che si spaccia per fedeltà, dalla coerenze come alibi, dall’identità come gabbia. E’ un libro scritto da uomini che hanno avuto il coraggio di cambiare, e che non si vergognano di averlo fatto”.
Sono stati in molti quelli che da un’appartenenza entusiasta al Pci sono passati col tempo a un esame autocritico di quell’esperienza. Per un tempo costituirono una piccola organizzazione a sé. Lessero naturalmente con felicità quell’intervista di Enrico Berlinguer in cui diceva che avrebbe preferito starsene nell’Occidente democratico e pluralista che non vivere in Urss. Semmai avrebbero voluto che l’allora amatissimo segretario del Pci andasse oltre in quel giudizio cui loro si aggrapparono come a un’ancora di salvataggio morale e intellettuale. Scalpelli fece un passo ulteriore. All’apparire politico di Silvio Berlusconi divenne “berlusconiano” nel senso che lo persuadeva il giudizio di Berlusconi secondo cui il crollo del comunismo reale non era soltanto la fine di un sistema economico bensì “la fine di un paradigma”. “E che in quello spazio vuoto – enormemente vuoto, carico di speranze e di ansie – bisognava costruire qualcosa di nuovo, che non fosse semplicemente la continuazione delle tradizioni esistenti con un altro nome. Quello spazio era la libertà, intesa soprattutto come ricollocazione della politica in ambiti suoi propri, non più pervadendo spazi che sono dell’economia, della società e degli individui”.
Purtroppo, a giudicare dall’attuale fisionomia dello schieramento che diremo di sinistra, le cose non sono andate esattamente così come se lo augurava Scalpelli. C’è qualcuno di voi che si interessa alla lotta per la leadership dei partiti di sinistra per come vanno adesso a Genova, a Roma, in Puglia? Ci si può appassionare alla lotta dei partiti odierni con la stessa intensità e partecipazione con cui noi ci appassionavamo alle vicende della politica trenta o cinquant’anni fa? Detto altrimenti, la politica italiana occupa la stessa quantità di spazio ideale che occupava mezzo secolo fa, al tempo in cui erano giovani Testa e Velardi? Vi lascio la risposta.





