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Shoah e veti politici, il caso Dark Horse e il nuovo maccartismo che isola gli scrittori israeliani

Ariel Piccini Warschauer.

Il mondo della cultura e dell’editoria internazionale si trova ad affrontare una nuova e inquietante linea di faglia. Al centro del dibattito c’è il caso di Rafael Medoff, storico stimato e fondatore del David S. Wyman Institute for Holocaust Studies di Washington. La sua ultima opera, “Cartoonists Against the Holocaust” – una preziosa raccolta di vignette d’epoca concepita per analizzare cosa sapesse davvero l’opinione pubblica americana dello sterminio degli ebrei mentre la Shoah era in corso – è stata cancellata. Il motivo risiede nel rifiuto dell’autore di sottostare a quello che ha definito un vero e proprio «test politico»: inserire nell’introduzione del volume una condanna esplicita dello Stato di Israele.

La richiesta è arrivata dai vertici di Dark Horse, uno dei colossi dell’editoria a fumetti statunitense, che in passato aveva già pubblicato con successo altri due lavori di Medoff, “Whistleblowers” e “Cartoonists Against Racism”. Secondo quanto denunciato dallo storico, dopo i tragici eventi del 7 ottobre 2023 la direzione della casa editrice avrebbe iniziato a pretendere una presa di posizione geopolitica come stringente prerequisito per mandare in stampa il saggio sull’Olocausto.

L’allora direttore della casa editrice, Craig Yoe, aveva motivato la richiesta collegando la memoria della Shoah all’attualità mediorientale e alle vicende legate ai mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale. Una sovrapposizione che Medoff ha respinto con fermezza, rivendicando l’indipendenza della ricerca storica da qualsiasi forma di pressione ideologica contemporanea e parlando apertamente di «una nuova forma di maccartismo», ribadendo come gli storici debbano essere liberi di scrivere di storia senza essere sottoposti a esami di fedeltà politica.

Quello di Medoff non è un episodio isolato, ma il sintomo di un clima di crescente isolamento ed esclusione che sta colpendo scrittori e intellettuali ebrei e israeliani. A tracciare il bilancio di questa tendenza è un recente e dettagliato report di Pen America, l’organizzazione globale che vigila sulla libertà di espressione. Dalle testimonianze raccolte emergono dinamiche preoccupanti che vanno dall’esclusione editoriale — con autori inseriti in vere e proprie liste nere o respinti dalle case editrici con motivazioni elusive — fino a pressioni identitarie per spingere gli scrittori a sminuire o giustificare la propria ebraicità al fine di evitare ritorsioni o campagne di boicottaggio online.

Si registrano inoltre frequenti annullamenti di eventi. È il caso della scrittrice Dina Rubina, che ha scelto di cancellare un incontro alla Pushkin House di Londra dopo che gli organizzatori le avevano chiesto di esplicitare formalmente la propria posizione sul conflitto israelo-palestinese.

L’impatto si avverte pesantemente anche sul mercato dei diritti letterari. Deborah Harris, storica agente che rappresenta giganti della letteratura come David Grossman, ha confermato la quasi totale impossibilità di piazzare opere di narrativa letteraria israeliana sul mercato americano negli ultimi mesi, scontrandosi con il ritornello di editori che ammettono di non sapere come pubblicare questi autori nel contesto attuale. Sul fronte opposto, cresce il fenomeno del rifiuto delle traduzioni: la nota scrittrice britannica Kamila Shamsie ha recentemente declinato l’offerta di un editore israeliano, dichiarando di essere disposta a essere letta in ebraico, ma non tramite una casa editrice che sia basata in Israele.

La cultura, che per sua natura dovrebbe abitare lo spazio del dialogo e della complessità, rischia così di piegarsi a logiche di polarizzazione estrema. Una polarizzazione che, nei casi più radicali registrati dalle cronache europee – come le recenti manifestazioni a Stoccolma in cui i simboli della memoria della Shoah sono stati distorti in chiave geopolitica –, finisce per colpire non solo il presente, ma la stessa memoria storica.

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