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Toscana

Settembre del 1938, il ricordo di una triste storia del passato

Panoramic sight in Lucca, with the Duomo of San Martino. Tuscany, Italy.

Luciano Luciani.

Nel mese di settembre del 1944 proseguiva verso nord l’avanzata americana per la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista. Il giorno 5 anche a Lucca entravano le truppe alleate, come è stato descritto dal recente articolo di Luciani Luciani pubblicato da questa rivista. Era la salvezza definitiva per quegli ebrei rifugiati nella città, che fino allora erano sfuggiti alla cattura da parte delle SS.

Ma sempre nel settembre di 6 anni prima (1938) era cominciata la “grande paura” anche per gli ebrei italiani a seguito dell’ entrata in vigore delle famigerate leggi razziali fasciste,  rivolte contro di loro. Già nell’estate del 1938 tutto era stato preparato per il varo ufficiale del disegno persecutorio: il censimento del 22 agosto aveva fornito la conoscenza dell’entità numerica degli ebrei in Italia; l’Ufficio centrale Demografico era stato trasformato in Direzione Generale per la demografia e la razza (Demorazza); questurini, vigili urbani, applicati e capi – ripartizione erano già stati familiarizzati con la “diversità” dell’ebreo e con la sua persecuzione. Il Manifesto degli scienziati razzisti del 13 luglio aveva certificato al suo punto 9 che gli Ebrei non appartenevano alla razza italiana. Un improvviso accanimento si ebbe contro i docenti ebrei delle scuole italiane, tanto che nel settembre veniva varata una normativa più dura di quella che per ancora due mesi ebbe valore in Germania. 

Con il regio decreto legge 5/9/1938 n. 1390 gli insegnanti e gli studenti di “razza ebraica” venivanoespulsi dalle scuole del regno, dalle accademie, dagli istituti e dalle associazioni di scienze, lettere ed arti. Con il regio decreto legge 7/9/1938 n. 1381 si ordinava che ogni ebreo straniero stabilitosi in Italia dopo il 1/1/1919 perdesse la cittadinanza italiana e fosse espulso dal regno, dalla Libia, dai possedimenti dell’Egeo. Il contenuto di  queste leggi fu annunciato per la prima volta il 18 settembre 1938, a Trieste, da Benito Mussolini, in un discorso alla folla raccolta davanti al Palazzo del Municipio in Piazza Unità d’Italia, in occasione di una sua visita alla città. Tali misure legislative sarebbero state poi integrate nei due mesi successivi dalla “Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del fascismo”, del 6 ottobre.

D’improvviso, in virtù di tali decreti, gli ebrei, anche se italiani,  diventavano cittadini di “seconda categoria”. Gli studenti vedevano loro interdetta l’iscrizione o il mantenimento nelle scuole di qualsiasi grado; gli insegnanti venivano licenziati e si faceva divieto di usare libri di testo di autori ebrei. L’estromissione dalle scuole pubbliche fu completa: 97 furono i professori universitari che dovettero abbandonare le loro cattedre, 84 furono gli insegnanti di altri istituti che dovettero fare altrettanto; 5600 furono invece gli studenti che si ritrovarono esclusi dalla scuola pubblica. Furono vietate le pubblicazioni di scrittori ebrei, l’esecuzione pubblica di loro opere teatrali e musicali, le collaborazioni a giornali e riviste. Espulsi dall’editoria, furono anche dimessi dalle accademie e da altri enti di cultura. Ogni matrimonio civile fra cristiani e ebrei fu dichiarato nullo, mentre quest’ultimi non potevano esercitare la patria potestà sui figli che non condividevano gli stessi principi religiosi o politici; era precluso il servizio militare e chi già era in servizio veniva allontanato; era proibito di avere domestici cristiani alle proprie dipendenze. Inoltre, non era permesso di possedere terreni agricoli o fabbricati aventi un estimo fiscale superiore a cifre prefissate. I dipendenti dello stato o di aziende parastatali venivano licenziati (le disposizioni colpirono circa 900 persone, compreso una diecina di generali e ammiragli). Con la legge 1054 del 29 giugno 1939, poi, si stabilì che fossero radiati dagli ordini dei notai e dei giornalisti, mentre gli altri liberi professionisti furono costretti a ridurre quasi a nulla la loro attività. Negli altri campi dell’economia furono loro interdetti il commercio di oggetti preziosi o di antichità, le agenzie di affari o di pegno, le tipografie, i ristoranti e perfino il modesto commercio ambulante, mentre, in generale, a nessun ebreo era concesso di essere proprietario o amministratore di aziende che avessero più di cento dipendenti, o che si occupassero di produzioni interessanti la difesa nazionale. Per aggiungere ulteriori umiliazioni, poi. si fece divieto alle località termali e di villeggiatura di ospitarli, mentre ai giornali fu proibito di accogliere loro necrologi e alle società telefoniche di riportarne i nomi sugli elenchi degli abbonati.

Centinaia di cittadini italiani erano stati trasformati in apolidi,  in virtù di una semplice comunicazione di un usciere del comune e cessavano di appartenere ad alcuno stato, divenendo sventurati senza patria avendo perduto la cittadinanza di origine all’atto dell’acquisto di quella italiana che ora veniva loro revocata.

Con il Manifesto di Verona del 14 novembre del 1943 il fascismo repubblicano sanciva, poi, che gli ebrei erano i nemici “numero uno” della nazione: iniziava  così la seconda fase della campagna antisemita, quella persecutoria sul piano fisico che prevedeva il loro sterminio ad  Auschwitz e negli altri campi dell’Europa dell’est.

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