Se l’indagine sul 7 ottobre diventa una resa dei conti politica e in gioco è la sopravvivenza politica di Netanyahu
Ariel Piccini Warschauer.
Non è una questione di giudici attivisti, di giudici progressisti o di bilanciamento dei poteri. La battaglia che si sta consumando alla Knesset, il Parlamento israeliano, sul formato della commissione d’inchiesta sul 7 ottobre ha ormai superato il perimetro della dottrina giuridica per entrare in quello, ben più scivoloso, della sopravvivenza politica del primo ministro israeliano.
Il voto in prima lettura del parlamento su una proposta di legge per una commissione parlamentare di inchiesta rischia di mettere una pietra tombale sulla ricerca della verità. Ma a colpire, nel retroscena di questa trattativa, è il secco “no” pronunciato dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dal suo governo di fronte a quello che era, a tutti gli effetti, il compromesso perfetto: affidare la guida dell’inchiesta a Noam Sohlberg, noto in Israele con l’appellativo di “giudice patriota”.
Per mesi la narrativa della maggioranza si è concentrata sull’inconciliabilità tra l’esecutivo e i vertici della Corte Suprema, personificati dal presidente Isaac Amit, visto dalla destra come il fumo negli occhi, l’erede della stagione dell’attivismo giudiziario di sinistra. Eppure, in un raro momento di responsabilità istituzionale, Amit si era detto pronto a fare un passo indietro, offrendo la guida dell’indagine al suo vice, Noam Sohlberg.
Sohlberg non è un magistrato progressista di Tel Aviv. È il principe del conservatorismo giuridico israeliano, vive in un insediamento in Cisgiordania assieme ai coloni e incarna una filosofia legale che predilige la deferenza dell’organo giudiziario nei confronti dell’esecutivo, specie in materia di sicurezza nazionale. Persino l’opposizione, pur con il timore che un profilo simile potesse essere troppo morbido con il governo, aveva accettato il compromesso in nome della pacificazione nazionale.
Il rifiuto di Netanyahu a questa opzione fa crollare il castello di carte della propaganda governativa. Se non va bene nemmeno Sohlberg, significa che il problema non è l’orientamento politico del giudice, ma la natura stessa di un’indagine indipendente.
La verità che emerge dall’analisi di questa rottura è che il governo non teme il “pregiudizio” dei giudici, ma la forza dei fatti. Un magistrato rigoroso come Sohlberg, per quanto conservatore, non avrebbe mai accettato di alterare le risultanze storiche e documentali per fini politici. E i fatti, in Israele, pesano come macigni.
Il piano del governo — che prevede una commissione formata pariteticamente da esponenti scelti da maggioranza e opposizione, escludendo chiunque abbia ricoperto ruoli di vertice nell’IDF o nella magistratura dal 2005 a oggi — sembra strutturato per garantire lo stallo o la politicizzazione del verdetto. Una mossa che mira a blindare la narrativa ufficiale: scaricare l’intera colpa del collasso dell’intelligence e della catena di comando sull’IDF e sullo Shin Bet, mondando la classe politica da ogni responsabilità strategica.
È un gioco a somma zero che lascia il Paese profondamente diviso. Anche perché, a quasi tre anni da quel tragico sabato, quasi tutti i protagonisti militari e di sicurezza di quel giorno hanno già pagato il prezzo dei propri errori. Dall’ex capo dell’intelligence militare Aharon Haliva al Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi, fino all’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, la catena del comando militare è stata azzerata dalle dimissioni o dai siluramenti.
L’unico vertice rimasto al suo posto, immutato e arroccato, è quello politico. Le decisioni sugli assetti di Gaza, i finanziamenti qatarioti tollerati per anni, l’illusione del “contenimento” di Hamas e le tensioni interne provocate dalla riforma della giustizia che hanno proiettato un’immagine di debolezza strategica all’esterno: sono tutte questioni che solo un’inchiesta non partitica potrebbe esaminare sotto giuramento.
Rifiutando la mano tesa su Sohlberg, la maggioranza non ha solo evitato un potenziale verdetto scomodo; ha privato Israele di un’occasione di guarigione nazionale. Il rischio reale, ora, è che la verità sul 7 ottobre non diventi patrimonio condiviso di una nazione ferita, ma l’ennesimo faldone di una guerra civile permanente per via parlamentare.





