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Politica

Se la premier Meloni riesce a contenere gli alleati, la Lega alle prese con gli amici di Zaia e la strambata di Conte su woke

Tra i molti primati ed esclusive del governo Meloni, c’è anche quello relativo al contenimento degli alleati, scrive Battista Falconi su StartMag. I partiti partner della premier hanno fibrillato diverse volte, su diversi temi, in taluni casi cagionando alla maggioranza problemi veniali, mandandola sotto nel voto parlamentare su qualche legge. Ma niente di serio, nulla di paragonabile alle bertinottate su Prodi né, ancor meno, al continuo ribaltone correntizio che martoriava la prima Repubblica. Si consideri come, proprio ai suoi albori, Alcide de Gasperi fu presidente del Consiglio dal 1945 al 1953 ma cambiando squadra per ben otto volte. Otto governi in otto anni, se fosse il titolo di un film: ma non è fantapolitica, anche se a guardarla con gli occhi di oggi lo sembra.

Giorgia Meloni invece ha detenuto una golden share di voti, consenso e popolarità tali che FI e Lega si sono dovuti adattare, contenendo i mugugni poiché sapevano di non poterle contendere la leadership. In particolare, ha abbassato le penne in modo insperato Salvini, che di esperienza nel far cadere governi cui si partecipa ne aveva parecchia. Ma ora Matteo paga la sua disciplina chigiana: prima Vannacci gli si è rivoltato contro, come ampiamente prevedibile, e adesso alzano la voce i dissidenti interni, tipo Romeo e Fontana, ventilando una successione con Zaja.

Anche questa è una sorpresa molto relativa. L’ex governatore veneto è indubbiamente bravo e la sua posizione cautamente defilata fa presumere sia solo l’attesa del momento giusto. La stessa che si può immaginare stiano adottando a sinistra le potenziali alternative a Schlein, che pure ha conquistato alla guida del Pd un’inopinata longevità, tra le quali il sindaco napoletano Manfredi e l’ex governatore emiliano Bonaccini.

Alla fibrillazione interna alla Lega si contrappone quella estroversa del M5S, con Giuseppe Conte e la sua sparata contro il woke, alla quale il Pd risponde oggi. I due partiti si confermano così, in questa contingenza, assolutamente speculari, entrambi populisti, rivali ma anche tendenzialmente convergenti, come fu nel governo giallo-verde passato e come potrebbe essere in uno futuro, se solo le cifre elettorali lo consentissero. Ma qui un pochino di fantapolitica c’è

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