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Economia

Se la difesa dell’integrità si scrive nella lingua di Generali

Pierluigi Piccini commenta il contrattacco del Monte dei Paschi di fronte all’opas di Intesa Sanpaolo. Il 20 agosto il consiglio del Monte ha approvato il piano di Lovaglio: due offerte di scambio separate, su Banco Bpm e su Banca Generali, per circa trentaquattro miliardi, presentate come alternativa all’assedio di Intesa e come argine allo smembramento. Va accolta per ciò che è — un tentativo di riaprire una partita che sembrava chiusa — ma va letta con la stessa lente di tutto il resto. Intanto perché nasce debole in casa propria: il via libera è arrivato dopo sette ore e senza unanimità, con i consiglieri di minoranza astenuti perché non messi a conoscenza di elementi essenziali del progetto, e con la Consob che vigila sulle informazioni al mercato. Ma soprattutto perché il modo stesso in cui il Monte prova a difendersi conferma dove sia il baricentro. Per rendere appetibile la resistenza ai propri soci, Lovaglio mette sul piatto la partecipazione in Generali: quattro miliardi di distribuzione straordinaria, in parte in contanti e in parte proprio in azioni della compagnia di Trieste, quel tredici per cento che il Monte detiene attraverso Mediobanca. È l’ammissione più limpida di tutta la vicenda. Anche la difesa dell’integrità si scrive nella lingua di Generali; anche chi resiste lo fa monetizzando l’unico attivo che conti davvero. La contromossa, insomma, non rovescia il tavolo: lo illumina. Dice che la posta è a Trieste — è il punto da cui questa vicenda è partita — e che è lì, non a Rocca Salimbeni, che si gioca la sostanza. Un motivo di più per non giocarvi le forze che restano, e per tenere gli occhi sul solo terreno dove abbiamo ancora una presa vera.

Qualcuno mi accuserà di eccesso di realismo. Lo rivendico. Realismo, qui, non è arrendersi: è il contrario. Si arrende chi spende le poche settimane che restano sulla partita più difficile — Generali, Milano — per potersi indignare a cose fatte, invece di battersi dove il gioco è ancora aperto. Il calcolo freddo sta semmai dall’altra parte: in chi smonta una banca di cinque secoli come una somma di attivi, tiene ciò che rende e cede ciò che pesa, senza vedere che quel peso è una città. Il calendario non aspetta: il 10 settembre l’assemblea di Intesa vota, e da lì in poi il perimetro comincia a chiudersi. La scelta, spoglia, è questa: accompagnare il Monte con dignità, oppure tenerci la parte che funziona ancora. È tutto ciò che possiamo ancora giocarci — e sarebbe imperdonabile accorgercene il giorno dopo.

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