Se il pallone vola solo in elicottero, storie di ordinaria follia a 6mila euro a tratta
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un rumore di fondo che sta silenziosamente sostituendo il boato dei campioni sul rettangolo verde. Non è il coro della curva, non è il fischio dell’arbitro. È il battito ritmico, incessante e decisamente elitario delle pale di un elicottero. Benvenuti al Mondiale dei super ricchi, un evento dove la passione popolare, quella vera, sembra rimasta incastrata nei checkpoint della logistica o nei filtri digitali dei siti di bigliettazione. Sopra le teste dei tifosi che masticano polvere e code chilometriche, vola una realtà parallela. Letteralmente.
L’ultimo trend della massima competizione planetaria non si gioca con gli scarpini ai piedi, ma con lo smartphone in mano per prenotare l’ultimo brivido del jet-set. Parliamo di 6.000 euro per un volo di una manciata di minuti su un piccolo velivolo a quattro posti. Tanto costa oggi saltare il traffico dei comuni mortali, evitare la calca della metropolitana o delle navette collettive, e atterrare direttamente a un passo dalle aree VIP del MetLife Stadium. Una cifra che per un tifoso medio rappresenta il budget di tre anni di trasferte e che qui, nella bolla dell’ultra-lusso, equivale al prezzo di un aperitivo lungo prima del fischio d’inizio. Non si tratta più solo di comodità, ma di una vera e propria dichiarazione di status che ridefinisce i confini dell’evento.
Che questo sia un Mondiale a uso e consumo delle alte sfere lo si capisce del resto alzando lo sguardo ancora più in alto, verso i vertici del potere politico e sportivo. Donald Trump è infatti già arrivato nella metropoli che fa da sfondo alla finalissima. E a stendere il tappeto rosso, in un’accoglienza che molti osservatori hanno definito fin troppo ossequiosa, ha trovato un Gianni Infantino in versione perfetto padrone di casa. Il presidente della FIFA, d’altronde, non ha mai fatto mistero del suo asse di ferro con il Tycoon, blindando persino il protocollo pur di averlo sul podio domenica. Saranno loro due, fianco a fianco, a consegnare la coppa alla squadra vincitrice, in un abbraccio tra politica ed egemonia sportiva che sembra quasi voler legittimare, dall’alto, l’addio alla dimensione popolare del calcio.
Questo fenomeno scava un solco profondo e rende il contrasto tra le due anime del torneo quasi stridente. Da un lato c’è la base della piramide, fatta di tifosi storici costretti a fare i salti mortali tra voli commerciali dai prezzi raddoppiati, alloggi di fortuna convertiti in hotel di lusso solo nelle tariffe e la costante ansia di restare tagliati fuori. Dall’altro c’è il vertice, un mondo di hangar privati saturi, grandi cene diplomatiche alla Trump Tower e agenzie di concierge d’alto livello che garantiscono chef stellati a bordo per pacchetti hospitality che superano il valore di un appartamento in centro.
Lo sport d’élite si sta trasformando nel palcoscenico privato di una ristretta cerchia di leader mondiali e miliardari globali, dove il tifoso tradizionale rischia di diventare una semplice comparsa, un elemento di coreografia necessario per le inquadrature televisive ma svuotato della sua centralità. Se la Coppa del Mondo diventa un club privato accessibile solo a chi può permettersi di spendere lo stipendio di tre mesi per venti minuti di elicottero, a perdere non è solo chi resta a terra. A perdere è la credibilità stessa dello sport più bello del mondo, che rischia di dimenticare per sempre da dove è partito: dalla polvere della strada, non dall’asfalto di una pista di atterraggio.





