Vannacci abbaia ma non morde
Per Aldo Torchiaro Vannacci abbaia ma non morde. Lo scrive sul Riformista. Il voto di Reggio Calabria, dove ieri ha vinto un esponente di Forza Italia, va preso per quello che è. Ma anche per quello che dice. Il centrodestra a trazione azzurra tiene, il centrosinistra non avanza, Vannacci abbaia ma non morde. È ininfuente, in questa prova reggina, non è stato né indispensabile, né pericoloso. Sarebbe precipitoso azzardarci a proiettare questi dati, con le incognite delle tendenze e delle iperboli da campagna elettorale, in un possibile esito delle elezioni politiche. Ci limiteremo a constatare che il centrodestra e il centrosinistra continuano a alternare i loro vantaggi locali, permettendo di vedere spalmato il loro consenso in modo sempre più omogeneo.
Vannacci, poi, non porta via più di tanto a destra, prende un po’ di area del non-voto e sottrae qualche elettore anche a sinistra, battendo sul tasto del pacifismo in salsa russa. Lo scenario che si apre è dunque un po’ diverso da come ce lo stavano raccontando. E Vannacci che non sfonda a destra è a sua volta un segnalare che il bipolarismo non funziona più. La malattia c’è, lo vediamo tutti. Lo avete capito anche voi? Gli elettori non votano di qua o di là, perché di destra o di sinistra. E se i due poli dovessero equivalersi, saremmo all’archiviazione del bipolarismo che si è trasformato in bipopulismo esasperato. Se, come ipotizza il professor D’Alimonte, fossimo davanti a un ritorno del proporzionale puro, le maggioranze, dopo il voto, andrebbero a formarsi in Parlamento. Libere da vincoli coalizionali, emancipate dal ricatto delle estreme, potrebbero incontrarsi su programmi più ampi, ancorati sull’agenda economica di governo.
La fine della spinta centrifuga verso le estreme non sarebbe cosa da poco: sarebbe anzi, diciamocelo chiaramente, la fine di un ciclo. Ci sarebbero tutte le condizioni per una legislatura riformatrice capace di mettere via le faide novecentesche (e le loro tragiche repliche populiste) per puntare sul rilancio di crescita e produttività, occupazione qualificata e recupero del potere d’acquisto. Se questo scenario prendesse corpo, potremmo finalmente avere una maggioranza capace di isolare i due filorussi, M5S a sinistra e Futuro Nazionale a destra, rinsaldando intorno al tavolo di Palazzo Chigi un Patto per la Repubblica: una coalizione che taglia fuori le estreme e include tutti gli altri, dal Pd a Fratelli d’Italia, con i centristi di Italia Viva, +E, Azione, Pld, FI come perno europeista.





