Roggero e Fakir hanno in comune un elemento: l’uso sproporzionato della forza, privata nel primo caso e pubblica nel secondo
Michele Ainis su La Repubblica sostiene che i casi del gioielliere Mario Roggero e della morte di Abderrahim Fakir abbiano in comune un elemento essenziale: l’uso sproporzionato della forza, privata nel primo caso e pubblica nel secondo. Ainis sostiene che entrambe le vicende devono essere valutate alla luce delle regole dello Stato di diritto, che ammettono la legittima difesa solo in presenza di un pericolo attuale e consentono alle forze dell’ordine di usare la forza entro i limiti fissati dalla legge. A suo giudizio, il problema non riguarda soltanto i singoli episodi, ma il crescente indebolimento della cultura della legalità e del rispetto delle istituzioni chiamate ad applicarla. Ainis osserva che negli ultimi anni si è affermata una tendenza politica a privilegiare risposte sempre più severe sul piano penale, spesso sull’onda di fatti di cronaca. Richiama l’ampliamento della disciplina della legittima difesa, lo scudo penale previsto per gli agenti e le più recenti iniziative legislative sulla sicurezza, ritenendo che esse riflettano una progressiva legittimazione dell’uso della forza a discapito dei principi di proporzionalità e ragionevolezza sanciti dalla Costituzione. In questo clima, aggiunge, le critiche del governo alle sentenze sul caso Roggero e la richiesta di concedere la grazia hanno alimentato una crescente pressione sulla magistratura e sul presidente della Repubblica, accompagnata da attacchi personali nei confronti dei giudici. Ainis conclude che la grazia costituisce un istituto di garanzia affidato al capo dello Stato proprio per sottrarlo alle convenienze della politica. Richiamando la giurisprudenza costituzionale maturata dopo il conflitto tra il presidente Ciampi e il ministro Castelli, Ainis ricorda che la decisione spetta al presidente della Repubblica e non al governo, affinché mantenga il proprio carattere imparziale. Per questo ritiene che difendere l’autonomia della magistratura e le prerogative del Quirinale significhi tutelare lo Stato di diritto in una fase in cui le istituzioni di garanzia sono sottoposte a una pressione politica crescente.






Il giornalista de La Repubblica scrive senza sapere nulla del caso di Bologna!!!