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Ranucci e Bonaccini, il richiamo della foresta che fa sbandare destra e sinistra

Maurizio Assalto su Linkiesta, in un articolo mette insieme Sigfrido Ranucci e Stefano Bonaccini. Ancora una volta ha vinto il richiamo della foresta: quell’istinto atavico e primordiale che infallibilmente attrae la sinistra italiana, con isolate eccezioni individuali, nel folto delle situazioni più spinose. Lo spunto è la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report: dal Pd ai Cinquestelle a Avs, sono tutti insorti come un sol partito, riscoprendo quella concordia che quando si parla di programmi e candidature resta una chimera.

Non si tratta di discutere i meriti o i demeriti di Report, né la fondatezza delle accuse che da molti parti – non tutte riconducibili all’attuale maggioranza – sono state mosse alla trasmissione: ovviamente la sinistra ha le sue buone ragioni per difendere un programma che palesemente dà fastidio al governo, così come il governo ha tutto l’interesse a volerla normalizzare. Il problema è un altro, ed è desolante osservare come lo spirito di branco prevalga sulla serena constatazione dei fatti.

Altro che serenità. Davvero siamo in presenza di un “golpe”, un nuovo “editto bulgaro” (come quello berlusconiano che nel 2002 esiliò dalla tv pubblica Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi)? Possibile non rendersi conto che nei contorni della vicenda in cui è coinvolto Ranucci – che, è giusto ricordarlo, allo stato risulta parte offesa – sono emerse situazioni che, almeno finché non saranno chiariti, se mai lo saranno, tutti gli aspetti di un intrigo sconcertante – ne rendono problematica la presenza al timone di un programma di denuncia, e anzi, per il bene della sua creatura, avrebbero dovuto suggerire al conduttore stesso un passo indietro?

Sorvoliamo pure sulle ombre di molestie verso stagiste e colleghe gerarchicamente subordinate (accuse respinte dall’interessato, e sulle quali comunque nessuna attivista del MeToo o di Se Non Ora Quando o Non Una Di Meno, sempre pronte a balzare sul minimo sospetto, ha avuto alcunché da ridire). Sorvoliamo anche – è un po’ più indigesto, ma sforziamoci – sulle vanterie machiste esibite nel libro autobiografico La scelta, con la storia raggelante, gelidamente raccontata, della fantomatica stagista tragicamente morta mentre fuggiva sconvolta dalla scoperta di un tradimento (MeToo? Me no…). 

E già che si siamo chiudiamo un occhio o tutti e due sulle parole poco carine riservate ai colleghi designati dalla Rai per sostituirlo, che a dire di Ranucci «mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report» – e sì che una di costoro, Giulia Presutti, era da anni un’inviata di punta del programma. L’uomo è ferito, va compreso, ci sta pure che dopo tutto quel che gli sta arrivando addosso perda la brocca e in un delirio di megalomania paragoni la sua (soltanto ipotetica, per fortuna) sorte a quella di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a cui da ultimo ha aggiunto Giulio Regeni.

Va capito. A forza di capire, però, si rischia di non capire più. Com’è possibile non capire che chi frequenta personaggi equivoci, e non solo li frequenta ma se ne proclama amico e li difende a oltranza – anche quando viene a sapere che un amico, nell’intento paradossale di favorirlo, gli ha organizzato un attentato finendo con lo scoperchiare tutto questo vespaio-, com’è possibile non capire che diventa a sua volta (magari ingiustamente, ma) inevitabilmente equivoco e quindi inadatto a comparire in tv con il piglio del paladino della giustizia vendicatore dei torti? Quale credibilità può vantare? Chi fa quel mestiere deve essere come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto. Se vuoi spalancare gli armadi altrui per scaraventarne fuori gli scheletri, nel tuo non devi avere neppure un ossicino. E invece.

Ranucci si è giustificato, anzi no, lui non sente il bisogno di giustificarsi: ha spiegato che la frequentazione di certi ambienti gli serve come fonte di notizie, e ci sta perché cosa non farebbe un giornalista per procurarsi delle informazioni – sebbene, va ricordato, grandi giornalisti del passato come Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Walter Tobagi, Corrado Stajano si siano occupati di criminalità senza diventare amici dei criminali. Però c’è un limite, che Ranucci non mostra di conoscere. 

Ranucci dichiara con fierezza che se potesse andrebbe anche a cena con Riina (beh, mangiare con qualcuno, condividere un pasto è qualche cosa di più che un modo per avere notizie: vuol dire condividere il pane, cum panis, diventare compagni). Ha detto e ripetuto che lui non è un puro, che guarda le città «dalle grate di un tombino». E qui sembra di risentire l’Hoederer delle Mani sporche di Sartre quando si rivolge al giovane protagonista della pièce: «Moi, j’ai les mains sales. Jusqu’aux coudes. Je les ai plongées dans la merde et dans le sang». Ranucci invece le mani le ha messe nei piatti del Cefalù bistrot di Lavitola. E a differenza di Hoederer non è un pragmatico leader comunista disposto a tutto nella resistenza contro i nazisti che hanno invaso il paese.

Siamo sicuri – è sicura la sinistra che ha fatto di Ranucci e della sua difesa usque ad cadaver una bandiera identitaria – che il modo migliore di tutelare Report sia erigere le barricate intorno al suo timoniere? Non sarebbe più opportuno, al momento, almeno, tenere distinte le due cause? Perché l’allontanamento del conduttore sarà magari illegittimo, come rivendica l’interessato pronto a dare battaglia, ma ha qualche fondata ragione che solo un cieco può non vedere.

Una postilla, che apparentemente non c’entra, ma c’entra. Nei giorni scorsi il presidente del Partito democratico, Stefano Bonaccini, è finito nel mirino delle destre e dei loro ripetitivi zelatori social per avere dichiarato durante un intervento ad Albenga che il consenso a Meloni, Salvini e Vannacci arriva «in maniera maggioritaria» da persone «che hanno poco studiato», che vivono nelle aree interne, nelle periferie delle città e che stanno peggio economicamente. Apriti cielo: è stato un demagogico diluvio di accuse contro lo snobismo di sinistra, unito alla rivendicazione del robusto popolarismo di destra. Con la presidente del Consiglio che, da copione, si è distinta nell’intemerata: «In una illuminata lezione, Stefano Bonaccini ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco (…). Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare». 

Anche qui, l’appello al branco, il richiamo della foresta. Se non che, oltre a essere l’esatto contrario dello snobismo elitario e avere sempre rivendicato le proprie radici popolari, Bonaccini non intendeva dire quello che gli è stato strumentalmente attribuito. Il suo discorso descriveva una tendenza statisticamente certificata del voto, per evidenziare quello che considera il grande problema, oggi, della sinistra: ossia la perdita di consenso nel suo storico elettorato, per l’incapacità di parlare alle fasce più deboli. Peccato che Meloni e i suoi abbiano ritagliato dal discorso le poche battute che servivano per imbastire l’ennesima stantia polemica: utilizzando il medesimo trucco che imputano a Report.

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