Ordine di Trump: “Distruggete le navi iraniane nello Stretto di Hormuz”
Ariel Piccini Warschauer.
Il messaggio è arrivato come una scarica di adrenalina sui monitor del comando della Quinta Flotta in Bahrain, ma è suonato come una condanna definitiva per chiunque, nelle acque torbide del Golfo, pensi ancora di scherzare con il fuoco. Donald J. Trump non usa giri di parole, né la felpata diplomazia del dipartimento di Stato: l’ordine per la U.S. Navy è chiaro, brutale, operativo. “Ingaggiare e distruggere”.
L’obiettivo sono le imbarcazioni, veloci o camuffate, che i “pasdaran” di Teheran utilizzano per seminare il terrore nei fondali dello Stretto di Hormuz. Le mine navali, l’arma asimmetrica per eccellenza, sono diventate il cappio con cui l’Iran tenta di strozzare il venti per cento del greggio mondiale. Ma il “Commander in Chief” ha deciso di tagliare il nodo gordiano che impicca il commercio e le borse a livello internazionale.
Pugno di ferro sulla rotta del greggio
Le fonti dal Pentagono confermano che le regole d’ingaggio (ROE) sono state riscritte nelle ultime ore. Chi viene sorpreso a posare mine nello Stretto di Hormuz non riceverà più colpi di avvertimento o intimazioni via radio. Verrà colpito e affondato:
“Non ci deve essere esitazione”, ha ribadito Trump. E mentre le portaerei manovrano all’orizzonte, sotto la superficie si combatte una guerra silenziosa e frenetica. I cacciamine americani sono stati spinti al limite: il ritmo delle operazioni di bonifica è stato triplicato. È una corsa contro il tempo per riaprire i corridoi sicuri prima che l’economia globale collassi sotto il peso delle assicurazioni marittime alle stelle.
La morsa di Washington
La strategia è quella della “pressione totale”. Da una parte, i dragamine lavorano senza sosta per ripulire le rotte; dall’altra, i droni e i cacciatorpediniere pattugliano ogni centimetro di mare con l’indice sul grilletto. Trump rivendica il “totale controllo” dello Stretto: nessuna nave passa se Washington non lo permette, finché l’Iran non siederà al tavolo delle trattative con le mani alzate.
Teheran, dal canto suo, ringhia. Il blocco navale americano è visto come un atto di guerra, ma la risposta di Trump è stata un raddoppio della posta in gioco. In questo scacchiere di specchi e mine, il Presidente americano ha scelto la linea del fronte: niente più zone grigie. Mentre il sole tramonta sulle acque del Golfo, l’atmosfera è quella che precede il grande scontro. Chi scrive ha visto spesso queste tensioni sfociare in fiamme. Oggi, con l’ordine di “distruggere”, il confine tra la deterrenza e il conflitto aperto non è mai stato così sottile. E Trump, ancora una volta, ha deciso di camminarci sopra con gli stivali d’ordinanza.





