Non è il Sessantotto anche se gli somiglia
Giovanni De Luna sul Quotidiano Nazionale riflette sulle rivolte di piazza in Italia e all’estero. Non è il ’68, anche se gli somiglia. Allora si trattò di uno dei primi eventi globali della storia. Da Praga a Parigi, da Tokyo (vi ricordate gli Zengakuren?) a Madrid, indipendentemente dai regimi politici che li governavano – socialismo reale, fascismo, democrazie mature – i giovani scesero in piazza, nelle università, nelle fabbriche, per gridare il loro bisogno di essere riconosciuti come un soggetto sociale, con i propri bisogni specifici. E, già che c’erano, anche con i propri desideri.
Diedero l’assalto al cielo della politica, misurandosi in una lotta impari con un potere che solo in Francia, e per un solo mese (“il maggio”), riuscirono a scalfire. Fu un evento concentrato nel tempo e unicamente in Italia, grazie all’”autunno caldo” e alla mobilitazione degli operai, si trasformò nel “lungo ‘68” arrivando fino alla metà degli anni ‘70.
È possibile che anche le manifestazioni di questi giorni, che hanno visto giovani e giovanissimi scontrarsi nelle piazze con le polizie in tenuta antisommossa, si rivelino un fuoco di paglia, una delle tante accensioni che hanno incendiato episodicamente (in genere dall’inizio dell’anno scolastico fino alle vacanze di Natale) il mondo studentesco e giovanile per essere poi riassorbite nella solita routine della scuola e della burocrazia istituzionale. Resta la certezza di una nuova globalità dei movimenti.
A quasi sessant’anni dal ’68 si sono allargati gli spazi e, in un pianeta plasmato dai social, le proteste giovanili hanno coinvolto zone nuove, dall’Iran al Bangladesh, da Kathmandu a Nuova Delhi, dal Nepal al Kenia, trascinando nella loro mobilitazione segmenti interi di società alle quali si guardava come opache e prive di slancio e infiammando comunque anche il “vecchio mondo”, dalla Spagna al Belgio.
E qui finiscono le somiglianze e cominciano le differenze con il ’68. Si gridano in piazza le proprie esigenze, con i bisogni che schiacciano i desideri; l’assalto al cielo della politica sembra riuscire solo in paesi che per quanto importanti – l’India e la rivolta vittoriosa degli “scarafaggi” come si fanno chiamare per irridere chi li insulta, il Nepal, dove hanno rovesciato un governo in 24 ore – sono comunque marginali rispetto all’Europa, da sempre abituata a essere il cuore economico e produttivo del mondo; non c’è più un soggetto sociale antagonista, come la classe operaia di allora, ma un pulviscolo di organizzazioni e di settori corporativi – camionisti, agricoltori, pensionati, beneficiati dal welfare senza futuro, dimenticati dal welfare ed espropriati del presente – che stentano a darsi un linguaggio comune e a trovare obiettivi unificanti; non ci sono i partiti della sinistra di allora, in grado di assicurare un solido intreccio tra la radicalità dei movimenti e la pratica di compromessi di cui loro stessi furono i protagonisti.
Per ora una cosa la sappiamo: i social hanno edificato un mondo all’insegna della spontaneità e della circolarità delle informazioni. Ma senza l’organizzazione, senza la politica, questi movimenti si dilegueranno, o peggio, saranno l’occasione propizia per la scalata al potere di demagoghi in cerca del consenso popolare.





