Melencolia I di Albert Durer, l’infinità sfida della conoscenza
Giancarlo Tesei.
Melencolia I (1514) di Albrecht Dürer è una delle incisioni più enigmatiche e studiate del Rinascimento. Una suggestiva interpretazione contemporanea è quella proposta dal fisico teorico David Ritz Finkelstein, che pone l’opera al centro di un dialogo fra arte, scienza e filosofia.
Dürer non fu soltanto un grande incisore: coltivò matematica e geometria e si interrogò sul modo in cui gli oggetti si manifestano diversamente allo sguardo secondo il punto di osservazione. Proprio il limite della conoscenza sembra costituire una delle chiavi dell’incisione: l’uomo non può possedere bellezza e verità assolute, ma soltanto avvicinarsi alla realtà attraverso percezioni parziali e relative.
La scena è dominata da un’imponente figura alata, assorta e immobile. Intorno a lei Dürer dispone un universo di oggetti enigmatici: il putto seduto sulla mola, la scala, gli strumenti del lavoro, il quadrato magico, la sfera e soprattutto l’irregolare solido geometrico. Sullo sfondo, immerso nell’oscurità, un astro squarcia il cielo mentre una creatura alata reca il cartiglio Melencolia I.
La melanconia, che la tradizione antica associava tanto agli stati depressivi quanto al temperamento del genio e al furore creativo, diviene così metafora della condizione dell’artista e dello scienziato: entrambi tendono incessantemente verso una verità che sanno di non poter raggiungere in modo definitivo.
Finkelstein [autore del libro Manifesto della melanconia – Adelphi] propone anche una lettura particolarmente suggestiva del titolo: MELENCOLIA sarebbe interpretabile come anagramma di ‘limen caelo’, “soglia del cielo”. L’uomo potrebbe dunque elevarsi verso il sublime non affidandosi al dogma, ma agli strumenti dell’arte e della philosophia naturalis: osservazione, esperienza, capacità di interrogare la natura.
Anche il misterioso solido geometrico assume allora un significato centrale. Mostrandosi necessariamente da una prospettiva incompleta, diviene immagine di una realtà alla quale possiamo accedere soltanto parzialmente: vediamo alcune facce, mentre altre rimangono inevitabilmente nascoste.
In questa prospettiva la melanconia di Dürer non coincide con la rinuncia. È piuttosto la consapevolezza del limite che accompagna ogni autentica ricerca. Finkelstein arriva così a rovesciarne il significato: la melanconia diviene gioia ed esaltazione di fronte alla sfida infinita della conoscenza, sempre relativa, mai assoluta e per questo inesauribile.





